Saggi/Interviste

Nel dramma: poesia dell’umanità (quella che oggi è rara). Estratto dal saggio “David Maria Turoldo: “O sensi miei …” , critica e analisi tematologica di un’opera compendiaria”- di Valentina Calista

NEL DRAMMA: POESIA DELL’UMANITÀ.

Da questo bisogno incessante di “comunicare” con e contro  la Storia, nel dramma,  nasce una “poesia dell’umanità” che si regge sul pilastro della fede in Dio e nella fiducia dell’uomo-Cristo. Questa urgenza di «sentire la presenza di Dio accanto all’uomo e nella storia»[1] trasforma la poesia stessa in «atto di fede» e «vera religione».[2] È nella Storia, attraverso l’eco della teologia della speranza,  che si sviluppa e accade il dramma dell’uomo:

[…] Bisogna che la teologia della croce non resti un capitolo di vita intimistica, per il devoto, essa è la vera teologia della storia: bisogna che diventi un fatto popolare, un fatto di coscienza universale. Non ci sono altre illuminazioni. Bisogna che l’uomo riconosca la sua sconfitta; gridare forte che questa non è una civiltà umana; che la tecnica e la stessa scienza sono, per ora, nella norma più estesa, le assi della cassa da morto dell’uomo. E anche la religione, per il tanto che ha accettato il sistema, può finire con l’essere il coperchio della stessa bara. Allora non resta che puntare sulla resurrezione attraverso la morte del mondo[…].[3]

E dalla «morte del mondo» nasce l’unica possibilità che ci è stata data:

 

La possibilità, o Cristo,

che ci offri è questa:

la quotidiana morte

unica via

dell’eterno

domani.[4]

 

È per questo  che il percorso della salvezza inizia con la poesia – che è preghiera –  dove ad ogni parola la morte lascia spazio alla vita:

[…] La vera, la grande poesia, finisce sempre in preghiera: appunto, la vita stessa è un atto di fede[…].[5]

Sperare è una “lotta” costante: padre Turoldo ha messo al centro del suo orientamento di vita (atto di fede), come una bussola, la Speranza. Essa è la matrice che muove la fede, la culla che accoglie Dio quando “Lui” si fa trovare: abbiamo appreso che anche Dio ha necessità di amare l’uomo[6], non solo l’essere umano ha bisogno di cercare Dio. Egli è quindi un “rischio” che accompagna l’esistenza: la fede è dolorosa e vulnerabile. Turoldo abbraccia la sua fede, perenne costante, che vive nel “dramma” e diviene oscura, dolorosa, diviene poesia quando Dio non si manifesta direttamente ma lo fa tramite segni e piccole tracce che l’autore raccoglie per ricomporre un quadro dove “Egli” non sia più assente. La  fede porta con sé l’eterno dubbio e non si conquista con verità e deduzioni logiche:

Ragione non vale a rispondere

alle paure che incombono:

sensi e pensieri e propositi

fanno un solo groviglio:

se tu non accendi il tuo lume,

Signore.[7]

Talvolta Dio viene ritratto come inadeguato al mondo e privo di comprensione nel momento in cui l’autore si pone degli interrogativi dilanianti che spesso non trovano la giusta risposta: «E tu saresti un Dio/ su nostra misura?».[8]L’incessante ricerca di Turoldo attraverso la fede e la Storia è stata un canto continuo intrecciato alla disperazione e alla speranza perché se da un lato c’è sempre stata nei suoi versi l’attesa-assenza di Dio («ma Tu/ una risposta, mai!»[9]), dall’altra c’era l’onnipresenza amorevole e luminosa:

Hai compassione di tutti, Signore,

tu ami ogni cosa e ai peccati

di nessuno guardi,

e nulla disprezzi

di questa tute creature.[…][10]

Tra le varie rappresentazioni di Dio che troviamo nel percorso tematologico, padre Turoldo ci regala  una metafora originale, tuttavia tendente ad assumere sfumature inquietanti: è la metafora dell’”occhio” che tutto vede. Questa metafora va a contrastare con i versi sopra citati dove viceversa Dio non guarda ai peccati dell’uomo per mezzo della Sua immensa compassione. L’occhio è una presenza costante che ininterrottamente segue l’evolversi del dramma, del dubbio, del vissuto, ed è lì avvolto nel silenzio atemporale dove la luce si rigenera, è «l’OCCHIO[11]/ che ti guarda» mentre tu sei «in cella», chiuso  nel cuore, oppure «nel centro dell’universo».[12] Ci appare altrettanto denso il ritratto che l’autore fa di Dio quando lo paragona all’«occhio che riflette/ tutta la terra come una perla»: un’immagine forte che rende visibile questo occhio come distante e separato, ma contemporaneamente protettore della terra e dell’uomo, Lui lassù nel silenzio creatore, noi quaggiù tra le cose mortali.


[1] DEBIASE, cit., p. 15.

[2] TUROLDO, Il dramma è religioso, da Il sesto angelo, in TOSM, cit., p. 341.

[3] Ibidem.

[4] Idem, Mio prefazio a Pasqua, da  Il sesto angelo, in TOSM, cit., p.388.

[5] Idem, Il dramma è religioso, da Il sesto angelo, in TOSM, cit., p. 341.

[6] «Tu non puoi non amarmi,/ ti sono necessario»: Idem, Voglio chiederti, da Il grande Male, in TOSM, cit., p. 476.

[7] Idem, Ragione non vale, da Il grande Male, in TOSM,  cit., p. 469.

[8] Idem, E tu saresti …, da Il grande Male, in TOSM, cit., p. 551.

[9] Idem, Una risposta mai, da Nel segno del Tau, in TOSM, cit., p. 653.

[10] Idem, Hai compassione , da Il grande Male, in TOSM, cit., p. 465.

[11] È importante notare l’uso della maiuscola che l’autore adotta per  questa parola, a sottolineare l’importanza fondamentale, l’immagine onnipresente che vuole fissare.

[12] Idem, Ancora luce, da Il grande Male, in TOSM, cit., p. 547.

Onore ai giovani! La mediocrità dell’ambiente letterario in Italia – di Valentina Calista

“Gentile XXX ,

alla nostra rivista e alle nostre edizioni si collabora solo per invito.Per essere conosciuti dalla redazione la via privilegiata è quella di partecipare al nostro Premio XXXXXX. Infatti, la giuria del Premio coincide con la redazione della Casa editrice.”

OPPURE

“Col tempo , e in ogni caso senza alcun impegno o scadenza, l’editore visiona tutto.”

OPPURE

“NON si contattano gli autori per formulare un giudizio sull’opera”

OPPURE

Nel caso in cui l’Editore ritenga il materiale interessante

OPPURE

“Sarebbe meglio lavorare ancora per affinare le qualità che si  intravedono.

Questi sono esempi di  risposte che un giovane studioso/a, scrittore e appassionato di letteratura in Italia deve affrontare quasi quotidianamente, ogni qualvolta il proprio giovane cervello, la propria  fresca mente, la propria sensibilità, le proprie nuove idee o proposte tentano di rivolgersi alle istituzioni letterarie più o meno note,  nella speranza che queste collaborino allo sviluppo di nuovi talenti e alla circolazione di nuove speranze.  Purtroppo la meritocrazia non è insita nell’approccio dei gestori della cultura , nello specifico della cultura letteraria, italiana. Come ogni aspetto della mediocre mentalità italiana che si gonfia di “auto celebrazione”  all’interno della propria chiusura culturale, anche l’aspetto della cultura e della divulgazione soffoca all’interno di un sistema marcio e saturo di corruzione, di favoritismi e mediocrità. Gli intellettuali in Italia sono spesso definiti tali perché occupano un posto che al tempo giusto (tutto loro, perché quella generazione che oggi veste i  50/60 anni di età,  ha mangiato largamente e continua a mangiare sulle spalle e le idee dei giovani di oggi) era possibile occupare. Ancora oggi, nonostante la crisi, nonostante il malcontento dei giovani, nonostante l’espatrio dei cervelli in fuga, nonostante il volere delle generazioni più giovani, ecco che in Italia ancora vige e primeggia quell’inarrestabile favoritismo. “SE NON CONOSCI NON ENTRI”. Signori miei, editori che mangiano sull’arte, sulle idee, Signori miei, pilastri mummificati nei circoletti letterari a pagamento (premi letterari a pagamento, pubblicazioni a pagamento..etc..etc), signori miei che della cultura ne fate un vanto ma nell’animo forse avete da tempo calpestato l’umiltà, signori miei, io sono orgogliosa di non vivere più in Italia, non certo per la suprema bellezza del nostro paese, ma per questo vostro sistema nel quale siete già affogati senza rendervene conto, da un pezzo, da anni. Lasciate spazio ai giovani, lasciate che le idee circolino con freschezza intellettuale, smettetela di chiedere soldi ai giovani promettendo chimere su un futuro che con voi di mezzo non cambierà. Che l’indipendenza intellettuale possa un giorno governare l’Italia. Forse non sapete che la vostra faccia all’estero è simile a quella di un clown di strada e il vostro nome non risuona nelle orecchie dei passanti, come credete invece quando passeggiate con l’aria tronfia nelle vie dei vostri cari luoghi. Che bello essere quassù e guardarvi, simili a criceti in gabbia, a girare affannosamente sulle vostre ruote  , sempre quelle, conoscenze, favori, soldi, potere(materia), ossessioni d’onnipotenza. Che bello essere giovani e sentirsi liberi nel cuore. E che bello avere speranza, voi la conoscete? Avete mai parlato con la speranza? O forse la gioia della freschezza intellettuale vi ha abbandonato quando siete entrati nei circoletti?

Si paga caro l’acquisto della potenza; la potenza instupidisce.
F.W. Nietzsche

La sicurezza del potere si fonda sull’ insicurezza dei cittadini.
L. Sciascia

Lo schiavo, nell’attimo in cui respinge l’ordine umiliante del suo superiore, respinge insieme la sua stessa condizione di schiavo.
A. Camus

Arthur Rimbaud: “E il poeta brillo insultava l’Universo” (da “Briciole”), di Valentina Calista

Arthur Rimbaud: “E il poeta brillo insultava l’Universo”

(da   Briciole)

La centralità dell’uomo-poeta, inventore di linguaggi, metafisicamente al centro dell’Universo con la Poesia (riflesso di un Io inconscio), tra un’estasi alcolica e verbale, insulta, con la sua stessa invenzione (il verso) che si schianta contro il mondo, proprio quell’Universo  evidenziato dallo stesso poeta con la maiuscola.

Spazio che l’artista sente dentro e fuori il proprio Io, così che, quando si ritrova davanti ad esso come spettatore (esterno), può infliggergli una colpa suprema come causa dell’inquietudine (interno), del malessere viandante che conosce le mutevolezze dei flussi interiori: l’uno è causa dell’altro.

La parola del poeta è un varco che connette i due mondi opposti: ecco che quando il mondo si fa viscerale nasce il verso infernale, connubio di visione e assenza.

Rimbaud si infiltra nei sottostrati dell’interiorità umana e vuole spulciare e scarnificare le pareti dell’inconscio per scontrarsi con le sue verità.

Con il vizio idealistico che si fonde nei suoi versi, vita come poesia , Rimbaud si infligge un’autopunizione della crisi poiché ciò che la determina o la domina è l’assenza: vita assente o assenza di vita?

<< Vigila, o mia vita assente! >>, fulminante cognizione del suo stato di assenza.

Le sue contorsioni hanno sfogo nella scarica furiosamente emotiva del suo verbo, il linguaggio come pura invenzione di un genio nuovo che urla il disagio del poeta singolo nel tentativo di trovare quella fratellanza di corrispondenze sensoriali nei suoi simili. Trovò Verlaine, Saturnino, che gli scrisse : << Venite, cara grande anima, siete atteso, siete desiderato >>.

Ne “La lettera del veggente” distruggeva quei piedistalli d’avorio sui quali riposano in pace i grandi Poeti, come Racine: ma per Rimbaud <<Racine è il puro, il forte, il grande…è il Divino Sciocco >>.

Riconosce nei Romantici i primi << Veggenti >>, ma sottolinea l’inconsapevolezza della loro veggenza in quanto sostiene che i loro versi siano frutto di accidenti.

Afferma che  << Baudelaire è il primo veggente, il re dei poeti, un vero Dio >>.

Rimbaud disegna nella parola quel linguaggio che cattura l’inconscio come in una fotografia in bianco e nero, dove le sfumature dei colori si possono solo immaginare, percepire, odorare, ma mai vedere con l’occhio della realtà.

Invenzione e fantasia, creazione e vita, assenza e veggenza, sinfonia della profondità umana: è poesia.

E toccare la grande poesia da la scossa.

Fu il primo a sostituire all’ordinario quotidiano lo straordinario vitale degli equilibri precari ed è così che ne “La lettera del Veggente” scrive:

<< Poiché io è un altro >>, mettendo proprio in evidenza quella piccola parola che rispecchia l’animo, l’Io.

Una visione che va al di là della fantasia trascinata su carta dalla nozione, ma una vera e propria cultura dei sensi che fulmina la vita rendendola poesia da vivere, non da leggere.

Una nuova letteratura, questa è la definizione stessa di Rimbaud che ha provocato la poesia pagandola con lo Spirito, dando poi in sacrificio al verso anche la sua carne, ha pagato la sua “diversità” e stravaganza con tutta l’essenza dei suoi versi, fino ad esaurirsi completamente ed irrimediabilmente a soli 19 anni, bloccando nel quadro della sua mente irrequieta tutta la sua produzione. Mai più un verso. Com’è possibile?

Arthur Rimbaud ha seminato il dolore nel verso ed è solo in questo contesto che egli accetta e riconosce una fratellanza con altri poeti, con il suo amico-amante Verlaine.

La dimensione poetica è rinchiusa nell’uomo come in un castello di ghiaccio pronto a sciogliersi con la musicalità del verso.

Egli deve esorcizzare quel suo inferno paradisiaco erotico-cosmico-sociale con l’innesto in altri mondi fatti di solitudini e mostruosità dell’anima, rendendosi poeta-costruttore, inventore, scienziato della parola.

Lui scrive le sue regole, le sue modalità di vita, la sua storia.

Lui stesso spiega e scrive il suo nuovo linguaggio in “Alchimie du verbe” contenuto nei “Delires” in “Une saison en enfer”:

<< A moi. L’histoire d’une de mes folies >>

<< A me. La storia di una mia follia >>

e dopo aggiunge:

<< J’inventai la couleur des voyelles! – A noir, E blanc, I rouge, O bleu, U vert. – Je réglai la forme et le mouvement de chaque consonne, et, avec des rhythmes instinctifs, je me flattai d’iventer une verbe poétique accessible, un jour ou l’autre, à tout les sens. Je réservais la traduction.

Ce fut d’abord une étude. J’ecrivais des silences, des nuits, je notais l’inexprimable. Je fixais des vertiges. >>.

<< Inventai il colore delle vocali!- A nera, E bianca, I rossa, O blu, U verde. Regolai la forma e il movimento d’ogni consonante e, con istintivi ritmi, mi lusingai di trovare un verbo poetico accessibile, un giorno o l’altro, a tutti i sensi. Tenevo per me la traduzione.

Dapprima fu uno studio. Scrivevo dei silenzi, delle notti, annotavo l’inesprimibile. Fissavo vertigini. >>.

Il poeta si è collocato da solo in un contesto, in un genere, in un momento storico, in un linguaggio ricercato ben preciso.

Giunge per Rimbaud la divorante necessità di trovare una lingua dopo aver << veduto l’Ignoto >>, dopo aver mangiato sensazioni e gustato le sfumature dell’anima, nella “Lettera” scrive ancora:

 

<< Cette langue sera de l’âme pour l’âme, résumant tout, parfums, couleurs, de la pensée accrochant la pensée et tirant. >>

 

<< Questa lingua sarà anima per l’anima, riassumendo tutto, profumi, suoni, colori, sarà pensiero che aggancia il pensiero e che tira. >>.

E conclude la sua apologia con schiettezza:

<< Ainsi je travaille à me rendre voyant >>

<< Così lavoro per rendermi veggente >>.

Inadattabile alla società, inafferrabile, sfuggito dall’ampolla asfissiante piccolo-borghese della sua provincia, poi sperduto mercante in Africa.

In  Ma Bohème egli canta il vagabondaggio purificatore:

<< Je m’en allais, les poings dans mes poches crevées;

     Mon paletot aussi devenait idéal ;

     J’allais sous le ciel, Muse ! et j’étais ton féal >>

<< I pugni nelle tasche rotte, me ne andavo,

      con il mio pastrano diventato ideale ;

      sotto il cielo andavo, o Musa, a te solidale >>

oppure quando scrive in Rêvé pour l’hiver del 1870, scritta in treno:

<< L’hiver, nous irons dans un petit wagon rose

      avec des coussins bleus. Nous serons bien >>

<< L’inverno, andremo in un vagoncino rosa

      con tanti cuscini blu. Sarà dolce. >>

La sensazione è partorita dall’alchimia del verbo, dal continuo affanno vitale, dall’istinto e dal momento in cui arriva l’allucinazione, figlia della veggenza, dall’intuizione, dalla percezione del simbolo dove la Natura si fa essere vivente, persona e amante, sorella e confidente, tappeto di cielo in quiete e dolore, scenario di viandanza:

Sensazione                          (marzo 1870)

Nei sentieri andrò, la sera estiva e celeste,

punto dai grani, a pestar l’esile erbatura:

sognante, ai piedi ne sentirò la frescura,

lascerò il vento bagnarmi la nuda testa.

 

Non dirò parola, non penserò più a niente:

ma infinito mi salirà l’amore in fondo

al petto, e andrò nella Natura vagabondo

ben lontano,- come con donna lietamente.

 

Sensazione è un mondo a sé che vive nelle vene delle forme artistiche, e quando si tratta di poesia, allora vediamo in essa nascere e morire parole in cui è ritratta la vita intera della Sensazione stessa.

Concetto che ha preso forma nel simposio romantico, con origine tedesca (Sensucht) propria del movimento, ma approda in seguito nei simbolisti in chiave di coscienza.

Il romantico è in continua ricerca di quella parte di mondo invisibile, di quel classico ma inafferrabile infinito che ha accomunato il Romanticismo di tutta Europa, basti pensare a quell’ondeggiare continuo tra cielo e terra, tra cielo ed inferno, a quell’Infinito leopardiano dove << il naufragar m’è dolce in questo mare >>.

Il simbolista, il decadente, il bohèmien, è già cosciente. Ha assistito alla nascita dell’infinito, della sensazione, è nato con lui, è cresciuto con lui, per questo egli non cercherà più quell’inafferrabilità, ma trascinerà la verità inconscia a sé, fuori da ogni schema del razionale, abbandona il linguaggio accademico per dar sfogo alla parola dell’io fluido.

Rimbaud stesso sosteneva che i primi << veggenti >> furono proprio i romantici, ma incoscienti di esserlo.

Rimbaud ha passato “una stagione all’inferno”, ma ne è uscito più forte di prima. Non si perderà mai nel suo inferno ma lo spoglierà e lo insulterà per esorcizzarlo, con l’unico dramma che uscito di lì il suo verso morirà sulla porta del paradiso.

Valentina Calista

Coscienze disperse – di Valentina Calista

16 ottobre 16-10-2012

Coscienze disperse.

Dispersione è la parola chiave di questo tempo. Ma è un tempo che oscilla da altrettanto svariato tempo. Un secolo, forse due. E poi c’è questo “oggi” che vuole apparire come un eterno presente. Ma non lo è. C’è chi dice che “l’eterno presente” sia il Paradiso, l’Aldilà, l’Oltre, quelle zone impalpabili che talvolta ci mandano segnali per darci una lucciola di speranza. Noi siamo qui. Nell’eterno presente rivolto al passato o nell’eterno presente che ci obbliga a guardare al futuro per non cedere. Noi l’eterno presente, quello vero, neanche lo conosciamo: alcuni di noi esseri umani, agnostici e fissi nella loro “credenza” marmorea (anche quella è una credenza, una fides, dopotutto), amano credere al loro tempo eternamente presente. Eppure davanti agli occhi e nel cuore si aprono scenari orribili, tutti i giorni, per tutti uguali. C’è chi vede e non sente. C’è chi sente ma non vuol vedere. C’è chi non vuole vedere e non vuole sentire. C’è pure chi vede bene e sente altrettanto bene ma resta lì a guardare per P-A-U-R-A. Chiamasi omertà. Paura di cosa non si sa: è certo però che l’omertà non è più collocabile banalmente alle questioni mafiose e camorriste. L’omertà si è insinuata nella mente e nei cuori della gente tanto da disintegrare quella naturale capacità sociale di “legare” noi stessi agli altri. E poi: ma noi, cosa intendiamo per “altri”? Le persone e basta. Purtroppo. E continuiamo a vivere secondo uno schema millenario antropocentrico che vede le specie della natura, quelle diverse da noi, come esseri inferiori alle nostre capacità intellettive. Ma noi esseri umani siamo delle bestie rare. Con la nostra razionalità estrema riusciamo a deviare i corsi dei fiumi dell’anima, riusciamo ad incasellare l’incasellabile, pretendiamo di scolpire una realtà che non è quella del reale, ma quella immaginata, sognata, ambita. Sarebbe tutto più semplice se imparassimo di nuovo ad essere poveri, semplici, umili. Soprattutto privi di quei sentimenti logoranti che fluiscono in una eterna rivalsa sull’altro, persino nei confronti di chi crediamo di amare. E pensare che spesso non lo sappiamo neppure. Ma non è affatto semplice essere poveri, umili e discreti in questo furore di anni 2000. Invece continuiamo a viaggiare su una zattera marcia in un mare di miseria, nei bassifondi della dispersione umana. Odiamo il prossimo, le madri, i padri, i figli, i nonni, i vicini, i compagni, gli amanti, i neri, i bianchi, i gay, i cinesi, i rumeni, gli albanesi. Adesso, odiamo pure i bambini. Odiamo Dio. Odiamo noi stessi. Odiamo la bellezza. Odiamo i sentimenti. Odiamo la vita. I bar sono discariche di disastri umani: gioco d’azzardo e alcool per respirare ancora miseria nella speranza che “poi passa” questo tempo che ci schiaccia. Giovani e non giovani, vecchi e ragazzi. Il vizio non ha più un’età. I soldi hanno mangiato l’anima pure agli animali. Alla terra, all’Universo. Le piazze sono parolacce e bestemmie concentriche che volteggiano sopra le nostre teste. Le scuole sono depositi di disagi senza prevenzione e ascolto. Le università sono spesso delle rampe di lancio a favore dell’ignoranza. Altro che scuola e cultura. Dovrebbero reinventare i piani di studio e ogni programma didattico basandosi su questa umana incapacità d’amore, d’amare. Dovrebbero riportare l’amore nelle scuole e per le strade. Insegnare ad un bambino che si può ridere pur essendo seri e coraggiosi, che si può piangere pur essendo forti. Che si può amare nonostante queste prostituzioni d’anima che accoltellano la bellezza. E pensare che davanti a questo disastro c’è chi ancora vuole giocare alla cecità.

Valentina Calista

Vita mia, non ti riconosco più. «Torniamo ai giorni del rischio». Di Valentina Calista

31 luglio 2012

Vita mia, non ti riconosco più.
«Torniamo ai giorni del rischio».

Il sogno oggi ha l’aria di una chimera, di un’isola lontana e onirica dove rifugiarsi al riparo dal male del mondo. Sì, il male del mondo. Quello c’è, c’è sempre stato, e sempre sarà tale. Ma di queste proporzioni non è mai stato visto. Il secolo Novecento ha ospitato l’orrore e l’ha fatto accomodare sul divano della propria casa, sul divano dell’umanità.
Immobili, fermi, in apnea, aspettiamo qualcosa da questi anni, un bagliore. O forse il danno peggiore è che non ci aspettiamo più nulla da questi inganni. Offesi, derisi, derubati e umiliati. Questo siamo diventati. Ma la cosa più triste è che abbiamo lasciato le redini della nostra esistenza nelle mani sbagliate, mani lontane, non più le nostre e dei nostri fratelli. Noi stessi artefici di questa nebbia che ci divide l’un l’altro. Nel male da soli si muore. Una lontananza abissale che affonda le radici nelle ferite dell’emarginazione, della diversità. Nel dolore non c’è più trasformazione, evoluzione, ma abuso di potere. L’unica cosa che sappiamo fare (perché non c’è più nessuno che ce lo insegna e ce lo tramanda) è digrignare i denti e mostrarli al prossimo, spesso al prossimo più prossimo: madre, padre, fratello, compagna, compagno.
Una volta il presente era un letto caldo dove la giornata andava a coricarsi, felice di avere un luogo. Oggi, quello stesso presente è diventato un non luogo, un passaggio che dobbiamo quotidianamente attraversare improvvisandoci nel caos che ci viene proposto e iniettato nel sangue dal sorgere al calar del sole. Non ci vogliono far dormire con la pace nel cuore.
Ma siamo noi che con le nostre stanchezze continuiamo a vivere, spesso in ginocchio, raccontandoci che “domani passerà”, “domani è un altro giorno”. No. Non è così. Apriamo questi occhi avvelenati da ciò che ci uccide e continuiamo a sperare, a lottare, a gridare a grande voce che è arrivato il momento di ribellarsi a questa schiavitù dell’anima che abbrutisce la gentilezza del cuore, che violenta l’Amore.
Padre Davide Maria Turoldo l’aveva detto: «Torniamo ai giorni del rischio […] Torniamo a sperare come primavera torna ogni anno a fiorire».
Viviamo una perenne tensione mai superata, un eterno conflitto tra bene e male, un conflitto che metaforicamente si rende (da sempre) persino geografico tra Oriente e Occidente, un paradosso che si manifesta nella compresenza di “nulla” e “Nulla” , finito e infinito, dove Dio assume due aspetti, uno di luce, passione, furor d’amore, l’altro invece è «Bellezza che annienta» e «Nulla che annulla» .
Hanno imprigionato anche Dio, l’hanno svalutato, violentato, l’hanno descritto con parole sconosciute, lontane, hanno ingabbiato la bellezza dell’Assoluto, del divino, i sentimenti oceanici legati all’amore e alla vita. Ci hanno tolto i sorrisi, il corpo, la mente. Ci hanno raccontato che il corpo viaggia su una strada diversa da quella che percorre il cuore e che la mente ha la stessa voce del cosmo, dell’Assoluto. Dove siamo finiti? Questa è vita? È mondo? Oppure è tutto ciò che si cela dietro le violenze fatte, subite, pensate, programmate? Giobbe ha intrecciato il suo lamento nei secoli e per secoli, accompagnato dall’eterno problema del dolore dell’innocente che davanti allo sfacelo della sua vita, continua con pazienza infinita a benedire Dio, da cui viene ogni bene e ogni male. «Tornare ai giorni del rischio» significa unirci nella profonda spes che viene da un sentimento cosmico di unione e forza, tutta riunita in un cerchio d’umanità che potremmo ancora ricomporre, se solo lo volessimo. Invece noi ci perdiamo nella via più facile, quella del maledire: il prossimo, il vicino, l’amico, l’amica, l’amato, l’amata, e Dio, sempre in prima fila ad essere lapidato da bestemmie. Non riconoscere la propria vita e non saperla più guardare nel profondo porta a maledire l’esistenza, il tempo, l’odore del mondo e il profumo stesso della vita. Non ribellarsi alla violenza vuol dire soccombere e morire. Nella rivoluzione, nella ribellione condivisa anche Dio è dalla nostra parte. Anche l’universo ci abbraccia potente. Ma noi non lo capiamo, e continuiamo a spargere veleno nelle nostre parole, nei nostri sguardi, nelle nostre azioni. Questo tempo non da spazio al sogno, all’onirica presenza di vita che si costituisce mediante intuizione, creatività e passione. Oggi ci dicono che bisogna programmare. Programmare la vita, programmare le giornate, i minuti, le pause, i sogni, le speranze, il lavoro: tutto ha un programma stabilito. Anche fare l’amore è programmato. Ma noi, abbiamo scelto davvero di programmare? Abbiamo perso l’istinto cruento e stupendo della salvezza, della spinta ultraterrena che lega la vita all’Oltre possibile. Nel 1904, nei suoi Poemi Conviviali, Giovanni Pascoli ci diceva che «Il sogno è l’infinita ombra del vero». Testimonianza, questa, di come già l’autore avesse intuito che la grandezza umana del periodo classico, simbolo di stabilità e integrità d’animo, stesse inarcandosi su se stessa volgendo ad una chiusura e ad un’incertezza interiore manifestata negli smarrimenti labirintici dell’esistenza dell’uomo moderno. Possiamo, indubbiamente, ancora sentire come profondamente vero il verso di Pascoli. Quante volte, nel raro istante di silenzio che ci ricollega alla nostra vocazione, alla nostra anima, possiamo ascoltare l’eco di questo sogno? Quell’istante è un dono prezioso per ricordarci che possiamo cambiare, evolvere e non avvelenare più il cuore. Seguire quella voce è dare ascolto al vero che c’è nel mondo e dentro la nostra vita. Troppo spesso invece ci ritroviamo a fare un lavoro che non ci piace, ad amare una persona che davvero non amiamo, a chiudere gli occhi davanti ad una ingiustizia percepita, subita o attuata. Troppo spesso camminiamo con l’omertà, col silenzio della codardia. Abbiamo paura di perdere. Ma io dico che chi ha paura di perdere qualcosa è perché non ha sentito il pulsare autentico della propria vita. Una volta una signora anziana mi disse: «Non devi preoccuparti perché quello che ti appartiene davvero non te lo può portare via nessuno». Aveva ragione. Credo in un poema scritto sugli spartiti invisibili del tempo e del creato, delle storie atemporali dove gli archetipi ciclicamente inondano le nostre vite e dove il suono silente del mondo fa pulsare i destini delle vite. Qualche volta questo suono arriva alle corde delle nostre anime risonanti. Altre volte cade nell’acqua torbida del nostro cuore affondando nell’incoscienza. Molto spesso ci ricordiamo della musica solo quando rischiamo di morire. Ma infinite altre volte ne sentiamo il rintocco. E quello è il nostro momento, « l’infinita ombra del vero».

Valentina Calista

ALDA MERINI. L’esperienza e la poetica. Non potete rinchiudere i poeti.

ALDA MERINI. L’esperienza e la poetica.

Non potete rinchiudere i poeti.

«La piccola casa popolare» è sul Naviglio Grande, tra botteghe d’arte, negozi d’antiquariato, modernariato, trattorie e tavola calda in una Milano diversa dalla città immersa nella frenesia del caos, i clacson, i tram. Il Libraccio, la libreria storica del Naviglio, evoca una foto in bianco e nero dove Alda Merini è ripresa in una posa sbarazzina, ironica. Per arrivare alla sua casa in Via Ripa di Porta Ticinese bisogna passare davanti al Libraccio, cosicché il passato conduce al presente in un itinerario lirico della memoria ed evoca versi che recuperano le origini di un’esperienza poetica, quella di Alda Merini, la signora dei Navigli, una presenza remota nello spazio come nel tempo: «Padre, se scrivere è una colpa, perché Dio mi ha dato la parola per parlare con trepidi linguaggi d’amore a chi mi ascolta?». La poesia come ispirazione e gioco di memoria, ma anche come fantasia, sudore, dolore, manicomio e follia, amore e colpa, vita e morte: Alda Merini è una donna che vive in un ieri di cui la prima testimonianza è una targa di bronzo dedicata all’amico editore Vanni Scheiwiller: «Un uomo che volò alto, talmente alto, che molti indeboliti spiriti l’atterrarono».
Una donna di piccola statura, grassottella, dall’aspetto trascurato – un maglione rosso che riprende il colore del rossetto contrastante col suo pallore, orecchini appariscenti ma delicati – un sorriso dolce. E attorno, in una casa piccola ed esorbitante di oggetti, quadri, stampe di foto che la ritraggono in vari momenti della vita, televisori, pupazzi, libri, vasi, una vasta oggettistica, e un pianoforte coperto da tanti altri fogli, foto e altro: un pozzo di ricordi, un accumulo di momenti, di pensieri e versi, di dolore e di espansione dove sono gli oggetti stessi a prendere forma nella stanza, a dare vita ad altre vite passate come quella del marito scomparso molti anni fa. È lei che comincia a fare domande a me:
«Da dove viene?».

Sono partita da Roma.
E lei è venuta fino a qua per me, per una vecchia?
Sì, sono venuta fino a qua per lei!
Le piace quella stampa che sta guardando? Courbet: L’origine del mondo.
Già. Lo guardavo perché è un quadro molto bello, lo conoscevo già.
Sa, l’ho attaccato per i giovani che entrano qua perché oggi c’è troppo pudore, troppo scandalo perbenista in questa società. E questo quadro fa questo effetto, sconvolge. Lei cosa ne pensa? ”
A me non sconvolge, lo trovo bellissimo e poi m’è sempre piaciuto. Sono venuta a trovarla per parlare della sua opera, in particolare della raccolta Paura di Dio.
Ah… ma è vecchia quella raccolta….
Sì, lo so, ma proprio per questo mi interessa. Sa, quando ha pubblicato e scritto queste poesie aveva la mia età e questo per me è uno spunto, una partenza, una speranza: leggendo ed entrando nei suoi versi ho ritrovato cose che mi appartengono e che sicuramente cullano un po’ molti altri lettori.
Ma chissà quanto l’hai pagata, è difficile da trovarsi. Ma non spendere tutti questi soldi per comprare i miei libri!
Questa è una riedizione, non è quella originale del ’55.
Ma che edizione è?… Eh, non me ne curo più, ormai fanno quello che vogliono. Fammi un po’ vedere.
È la riedizione Scheiwiller: contiene anche La presenza di Orfeo, Nozze Romane, Tu sei Pietro… Come è stato il suo primo contatto con gli editori e la stampa?
È stata la mia professoressa di italiano a dare le mie poesie a Spagnoletti, a Romanò e a Manganelli… io non ho fatto niente.
Perché «paura di Dio»? Perché quella paura?
Beh, perché Dio l’ho sempre temuto, per me il Dio cristiano è da temere, l’ho sempre visto come colui che alza la mano e condanna, giudica. Io temo Dio e lo amo. Ma mi fa paura. Forse chissà, l’ho sempre associato a mio padre anche se lui era una persona buona. Per esempio questa… “Dies Irae”… è l’ira di Dio, ma è dedicata a mio marito… «Tu insegui le mie forme… sono il vuoto esatto cresciuto / sino all’altezza esatta del piacere / ma con mille tramonti alle mie spalle: / quante volte, amor mio, tu mi disdegni».
Come è accaduto? Sa…nei libri non c’è mai una biografia dettagliata.
Bella domanda… Me lo chiedo pure io: è proprio quello il problema, che non lo so perché sia accaduto. Sai, il manicomio in un certo senso non è stato una tragedia, dopotutto non avevamo nulla, la gioventù di oggi non è come quella di allora, noi le cose ce le guadagnavamo, oggi si fanno i capricci per le lucine; noi non avevamo niente, quindi non avevo nulla né in manicomio né fuori. I ragazzi di oggi hanno il capriccio, che non è più capriccio dal momento che tanto hanno tutto quello che vogliono. Il manicomio è un rifiuto, un abominevole rifiuto…e non si sa perché. Sai, una donna dotata di sensibilità: forse sarà stato che molti anni fa una poetessa era considerata come un qualcuno da tenere sotto controllo, una donna libera, non saprei, ma non si rendevano conto che la poetessa ha un cervello e anche un corpo normale, sicuramente più debole e delicata. Le più grandi poetesse sono morte suicide. Aspetta. Rispondo al telefono. Era mia figlia Barbara, mi ha chiesto dove poteva comprare un violino, ma io mi chiedo cosa ci dovrà mai fare mia figlia con un violino? Però credo che siano i migliori gli Stradivari… lei cosa ne pensa?
Forse sua figlia vorrebbe iniziare a suonare il violino.
Ah si? Lei dice? Sa anche mia figlia soffre di depressione. Oggi la depressione è un pretesto per giustificare, come se uno venisse a casa mia e distruggesse tutto, allora mi si dice «poveraccio, ma era depresso». Mah, il discorso delle depressioni è talmente grande. La follia è terapia. Quello che mi ha salvato è la memoria e il passato. Quello che non ho più sono le figlie, le ho perse. Quella che parla non è l’Alda Merini di adesso ma di allora perché rivivo quel dolore. Quando ero incinta ho avuto una psicosi da parto, una forma di ansia, e come l’arginavo? Il manicomio è stato anche terapeutico perché vivere in una comunità dove dividi la stessa tavola, dove non hai niente con te, ti fa diventare tollerante. La Terra Santa nasce proprio da questo, dall’osservare l’altro, dal possederlo…capisce in che senso?
Sì, certo…
Solo il Signore non si lascia possedere. A volte ho ricevuto telefonate da amici del manicomio che mi dicevano «come mai ora che sei celebre non ti ricordi di noi?». Io ho chiuso la parentesi del manicomio ma ho sempre continuato a vivere con i miei malati, anche dopo.
Suo marito da che parte stava?
L’ho sposato nel ’53 e subito è nata Emanuela, la prima figlia, nata un po’ deficitaria a causa del trauma subito dalla morte del padre nel ’55. Poi nel ’72 nasce Barbara. Mio marito forse non l’ho amato più, è stata una passione che poi se n’è andata, forse la passione era distruttiva, chi lo sa… Fu per causa sua che avvenne l’internamento in manicomio, un giorno qualsiasi, una lite, delle urla, la chiamata per un’ambulanza. Internata. Chi se lo aspettava? Mio marito è morto 23 anni fa, sul letto di morte mi disse «dove saranno i miei figli?»: solo allora l’ho perdonato. Lei potrebbe dirmi di buttare via tutto, ma questi oggetti sono le vestigia di mio marito… per esempio lei che ne pensa? La vivrebbe una passione?
Sì, anche se ha i suoi pericoli.
Le dico che è un rischio viverla, l’amore è un grande rischio perché brucia, si rischia la vita stessa, ma ne vale la pena perché poi esce fuori La Terra Santa. Il manicomio è stato la frustrazione, la negazione del mio grande sogno che per me era la scrittura, ma non avevamo nulla con noi, mi hanno proibito di scrivere. Nonostante tutto La Terra Santa è stato il periodo più felice. L’amore in una società come la nostra si paga caro, ma come si fa… l’amore è l’Abc della poesia, è difficile amare e bisogna dare una giustificazione all’amore che spesso non si riesce a dare. Si scappa dall’amore a volte. Ci sono persone che sentendosi amate si sentono imbrigliate… e molte volte la solitudine non si riesce a farla capire.
Come vede la morte?
Ah, bellissima! L’importante è che si mangi anche dall’altra parte.
Come vive la condizione di pluricandidata al Nobel?
Me ne infischio! Me ne vado a dormire! Spesso mi si chiede: «Se perdesse la poesia cosa rimarrebbe?». Io rispondo sempre che rimarrebbe l’Alda Merini, la donna: in fondo sono una donna qualunque, ho avuto un dono che è quello della poesia. Credo che mi sono molto grata, mi reputo una persona fortunata sai…l’elettroshock mi ha fatto dimenticare la sofferenza.

Fortunata? Da dove nasce tanta fede?
La fede l’ho sempre avuta. Paura di Dio è una raccolta mistica, è un momento, sono pensieri e vissuti… ce l’ho sempre avuta questa vena mistica, io volevo farmi suora.
Forse dipende da un’educazione familiare?
Ah no, anzi, mio padre era contro, era una cosa tutta mia, l’ho sempre avuta con me.
Cosa pensa della poesia di oggi e dei giovani scrittori?
Che scrivono tutti e non dicono quasi niente… ma io non me ne curo più.

Valentina Calista
Stilos, Anno IX n°5, 6 marzo 2007.