Lettera a Penelope – di Valentina Calista

Questa lettera è nata per caso e come riflessione in un pomeriggio qualunque. Ci sono ancora anime e persone che credono solamente a ciò che loro è stato insegnato e tramandato. E non ammettono, o non sanno, l’esistenza di altri mondi possibili. Così umani, così veri, così semplici. E con tanto amore.

Ciao Penelope,

finalmente sono riuscita a scriverti dopo così tanto tempo.

Ricordo bene quando tua madre ti vedeva già sposa. Quando ti vedeva già incinta. Quando tua madre ha pregato ogni santo per farti incontrare il principe azzurro. Quando tua nonna ti preparava il corredo. Oppure quando tua nonna voleva che ti sposassi con un avvocato. Quando tua nonna voleva vederti “sistemata”. E quando tua zia ti ha regalato la parure per il futuro evento. Quando tuo nonno ti proteggeva dai drogati ai giardinetti comunali. Quando tuo papà era geloso e si preoccupava di vederti con qualche ragazzo. Quando tuo fratello era piccolo e crescendo diventò geloso: si atteggiava ad essere il tuo “angelo” protettore. E quando tua sorella maggiore ti diceva come avresti dovuto comportarti con i ragazzi. Diceva sempre: «Si fa così! Devi essere femmina». E poi, ricordi le tue amiche del liceo, quando ti facevano entrare in una competizione che non volevi? Era una feroce gara a chi per prima faceva colpo su di “lui”. E quando ti parlavano di sesso con “lui”?

Poi, qualcosa accadde. Ti sei convinta che qualcosa di profondamente sbagliato c’era, solo in te però. Ti fidanzasti. Quattro lunghi anni di adolescenza turbolenta. Ti ricordi i tuoi primi rapporti sessuali? E di come ti  sentivi a disagio quando capitava di farlo? Eppure le tue amiche ti raccontavano che era bello. Tua sorella ti diceva che era bello, che dovevi essere femmina. E pure tua madre, mi ricordo, ti diceva come truccarti, come vestirti per fare colpo. Tuo padre … te lo ricordi quando gli hai presentato “lui”? Non era molto felice, no, ma sapeva che doveva andar bene a te. Alla fine era così che doveva andare.

Lo lasciasti.

E poi, Penelope, successe ancora qualcosa, ti ricordi?

Il tuo sguardo non era più lo stesso, la tua espressione neppure. Qualcosa si muoveva dentro me e dentro i tuoi respiri. Un bagliore, piccolo ma vivo. Era forse la scintilla di un innamoramento. Poi il buio. Non seppi più nulla di quel bagliore, e nemmeno tu.

Sono passati tanti anni, adesso che mi hai vista e riconosciuta lasciami dire la mia gioia nell’averti ritrovata. Lasciami gridare la mia voglia di vita e di amore. Lasciami esistere così come sono, e ti prego, non nascondermi più davanti al mondo. Tu non puoi vivere senza di me, io vivo lo stesso senza te ma ti ho scelta. E dunque voglio te. Adesso sì che ti vedo luminosa quando fai l’amore, quando vai a fare la spesa, quando la mattina, prima di andare a lavoro, saluti la tua metà. Quando ti manca durante il giorno. Quando ti abbraccia e ti senti. Quando ti accarezza e ti senti. Quanto il vostro gatto vi ama indistintamente. Quando la vita vi porge problemi sul cammino. Quando la casa si riempie di amore, di cura e dedizione, di risate. O talvolta di fatica che spezza i respiri, di voglia di andare avanti, sempre e comunque, anche se la sensazione è di sprofondare. Quando le lacrime ti recidono il sorriso e il volto si fa severo. Insieme, però, si può tornare a sorridere, anche se domani. Quando la sera ti addormenti sul suo petto e ti rassicuriamo nel momento in cui la paura della morte ci sfiora, che poi è paura della nostra vita. Quando parlate dell’unione che vi lega e di “come” coronarla. “Come”, sì, quando vi chiedete “come”.  Cara Penelope, sai, alcuni sono più fortunati e possono far finta che questo “come” non esista. Già, molti si chiederanno cosa significhi. Semplicemente che nella vostra vita reale, di ieri, di oggi e domani (chissà), nelle vostre colazioni, nelle vostre cene e nei vostri pranzi, nei vostri prendervi per mano,  la legge non vi protegge, lo Stato non vi vede, il popolo stesso non vi vede, non siete credibili. Spero non abbiate mai bisogno reciproco in un letto d’ospedale, oppure lungo tutto il percorso di una malattia. Perché? Perché lo Stato non vi vede, la legge non vi protegge, il popolo non vi vede, e il vostro sudore finirà con la fine di voi. La fine di voi, è crudo dirlo, ma è così.

Ma sii felice Penelope, come me, ora che ti ho ritrovata  sarà difficile perderti nuovamente. Mi hai finalmente amata, hai l’amore per te stessa. Hai un amore che ti ama ed è tutto quello che nella vita serve. Tutto il resto sono fili ai quali vogliamo aggrapparci nei momenti di vuoto. Eppure così spesso ci siamo negate l’amore.

Ecco, Penelope, voglio essere sincera e dirti che Ulisse non è mai esistito per te. Voglio essere leale,  rassicurarti per quando ripenserai alla tua adolescenza. Non eri sbagliata, è che Ulisse non era il tuo destino. Non era il tuo principe azzurro. Il matrimonio con “lui” sapevi non ci sarebbe mai stato. Tuttavia il corredo l’hai tenuto. Era utile, dopotutto. Adesso, finalmente, è un altro stare insieme. Il vostro essere due, una casa, un rifugio, due menti, due cuori, una casa, un rifugio, un destino, una casa, un medesimo progetto di vita, uno stesso identico guardaroba. Due. Due donne. Adesso che finalmente ci siamo ritrovate e siamo tre, ti prego, lasciami dire con gioia e meraviglia che «non c’è bene più saldo e prezioso, di quando con pensieri concordi reggono la casa un’unica anima, una donna e una donna»(1).

Con grazia e meraviglia, con eternità,

la tua Anima.

(1) La frase originale, di Omero, recita: Perchè non c’è bene più saldo e prezioso di quando con pensieri concordi reggono la casa un uomo e una donna. Ulisse che parla a Nausicaa.

penelope2

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