CARNE SACRA, inediti di Valentina Calista (in L’Estroverso, 12 gennaio 2015)

http://www.lestroverso.it/carne-sacra/

È il tempo
– questo treno dissennato –
a lasciarci dondolare nelle strade,
nei luoghi, cari o meno cari, dove
siamo uguali, silenziosamente soli
con la polvere.

La notte ci insegue
con un sospiro che si fa pianura,
il fango si scioglie in acqua.
Il magma d’esistere – raccontato
nei secoli dei secoli – sgorga
dove le lacrime alterano i sorrisi.

Possiamo esistere lontano dal terrore,
lontano dall’ombra che vuole intenebrirci
d’insediate ossessioni.

*

Il merlo, nell’attimo spezzato
dal silenzio tra un aereo e un altro
aereo, canta. Solo è il suo stare
sull’antenna del tetto senza nome.
Anche noi senza nome?
Servirebbe
(un nome)
per ripristinare
la vita.

*

Intercedere dell’inverno: freddo,
marciapiedi di desolazione e umidità,
io nell’immane presenza ascolto.

Le capriole del vento decollano
tra fronde già verdi e bagnate.
È nei prati che trottolano le speranze,
io nell’immane presenza attendo.

È possibile incrociare le mani
per difenderci i petti con gli scudi
dalle piccolezze delle viltà, eterne
presenze nell’imbuto delle tristezze.

Non disprezziamo l’umano.
Io nell’immane presenza ascolto.

Carne sacra ai vapori dell’anima, siamo
costellazioni simultanee di preludi alla vita,
eternamente danzanti sulle tracce di un Bene.
Io nell’immane presenza accetto

l’esistenza tutta nelle circonferenze universali.

*

La finestra è filtro opaco, oggi.
L’orizzonte confuso e bianco
non ha sapore, non ha odore che
io possa ricordare per il futuro.
Seduta a tavolino la conversazione
si fa dura – tra me e il mio sguardo
greve. Guardo la lontananza:
mi aiuta a distinguere le menzogne,
le freddezze di chi non ha toccato
la compassione. Liberaci dal male,
la messa batte nei silenzi del discorso.
Credere è peccato?

Sono straripati i fiumi delle parole, oggi.
Qualcuno ha gettato lemmi dalla barca
per non affogare nei propri disincanti.
Qualcuno ha detto che amore è una
parola grossa, grassa. Qualcuno ha anche
detto che il suo volto non ha più sorrisi.

*

Nostre trincee
questi ritagli
o tagli di vita
passata che brillano
negli spazi silenti
dove le voci si ritirano
e i nemici avanzano
tra le corone dei monti
quando anche l’ultima
illusione divampa nel cielo.

*

In mare aperto è salito il vapore
di un’alba partorita al buio.
Un albero scavato, un’arca di morte,
le carni strapazzate, disgraziati corpi
vestiti di nulla.

Piantiamo croci negli abissi,
mangiamo
(in compagnia della morte)
nelle case vere, quelle con il tetto
di pietra senza prua senza dolore.

Intrecciamo lo sguardo al disperdersi
delle anime macchie di petrolio,
carne afflitta sulle iridi di tutti.

Non ci basta la morte, servono
altre croci da piantare negli abissi,
nello specchio d’acqua dove è nato
anche Giuda.

*

Andate a benedirvi. Queste le parole
a guardare i fantasmi di voi. Bisogna
cogliere il vento, il fiore, tagliare l’aria
con un pensiero chiaro, toccare l’amore
risalendo il corpo voluto.

E farlo, in silenzio.

*

Ho aperto la porta,
la nostra casa affacciata
sul futuro che divoriamo.

L’ho aperta con una sola mano
– l’altra, era impegnata a tenere
la mano salda del nostro passato.

È stato lo sguardo ad entrare
per primo, a penetrare le trasparenze
e renderle presenti come monoliti.

Un occhio ha colorato una parete
– l’atro, era impegnato ad assorbire
l’eterno, come fosse l’ultimo sorso.

L’ultimo sorso da trangugiare in apnea
è – dunque –la frazione di un attimo
tra le nostre vite che si bramano assetate.

*

Aspettare gli occhi
passare su traiettorie
di futuro immaginato.
Tutto è prima neve, nuovo.
Lo straniero calpesta terre
per la bramosia dei sogni.

Tue mani, unica familiarità
concessa. Acqua del prigioniero.
Mani che seguono. Ombre cinesi
che afferro anche nel sonno:
una pausa dallo smarrimento.

Albeggiare delle ore
ancora, le tue mani
cancellano anguste
intersezioni del sogno.

Riconquisto l’aria fresca.
Una piccola speranza d’amore.

Il silenzio dei monologhi
ritrae due che non siamo.
Ecco la figura del terrore:
blasfema implora
gli anfratti di luce.

Ti tocco, è grandine,
terra della mia pelle
dune del tuo corpo
silenziose, anche noi.
Dietro lo sterno
l’origine del movimento.
Qui voglio restare.

*

Possiamo toccare queste piccolezze:
le tazze di caffè abbracciate,
i buongiorno al sapore di notte.
Ma cerchiamo le notturne passeggiate
per raccontarci dei sogni a colazione.
Ti dicevo che sognai l’altissimo monastero
dei monaci Shaolin. Tu l’astratta via del mare
che conduce alla saggezza senza conoscerla.
Conosciamo le nostre vite legate in rami
e coperte dal fogliame di epoche passate.
Mai ho creduto finita la nostra possibilità,
mai ceduto alla tentazione della pausa.
L’altare sarà coperto dai nostri occhi
e delle nostre bocche apprezzeremo il silenzio.

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