Palestina. Ogni guerra è sconfitta di tutti. Il dovere di riflettere nonostante l’assuefazione all’orrore.

Reading, 11 Luglio 2014

Palestina. Ogni guerra è sconfitta di tutti.
Il dovere di riflettere nonostante l’assuefazione all’orrore.

Nel 1945, a guerra finita e nell’umiltà della sua fanciullezza, la giovanissima Wisława Szymborska scriveva in una poesia senza titolo:

«Il nostro bottino di guerra è la conoscenza del mondo:
– è così grande da stare fra due mani,
così difficile che per descriverlo basta un sorriso,
strano come l’eco di antiche verità nella preghiera» (1)

Oggi, nel 2014, davanti agli orrori della guerra che vede il coinvolgimento di Palestina e Israele, questo bottino di guerra sembra ancor più piccolo, tanto che potrebbe stare in una sola mano, tanto che potrebbe non servire più un sorriso per descriverlo, anzi, sarebbe forse il caso che le lacrime venissero in aiuto per salvarci dal distaccamento emotivo con cui siamo abituati ormai ad essere spettatori dell’orrore. Una cosa, però, risuona chiara e ancora attuale nei versi della Szymborska: ciò che il mondo ha ereditato (o avrebbe dovuto) dalla II Guerra Mondiale, ma come del resto da ogni guerra, è (o avrebbe dovuto essere) la «conoscenza del mondo».
Cosa è questa «conoscenza del mondo»? Forse quella conoscenza che si eredita direttamente dalle tragiche esperienze del passato storico? O forse c’è anche una conoscenza del mondo che parte da un punto di vista distante da quello storico, ovvero quello della dimensione spirituale e della fede?

Interpellare la storia e la fede insieme per quanto mi riesca, aldilà dei disegni di geopolitica e relazioni internazionali che non mi competono, è un piccolo e umile tentativo del pensiero di una vita umana che si interroga, come tanti, su questi continui giorni di sangue in Palestina.
Dalla parte della storia vorrei ricordare alcune parole di James Hillman, tratte da Il codice dell’anima del 1996, dove lo psicanalista statunitense riflette a lungo su ciò che chiama «il cattivo seme», interrogandosi sulla natura del male, incarnata da Adolf Hitler, da lui definito «il supremo criminale psicopatico dei tempi moderni, se non di tutti i tempi». (2)

Davanti a queste parole, viene da chiedersi se da Adolf Hitler la nostra società occidentale, assuefatta all’orrore, abbia involontariamente ereditato «il cattivo seme» di cui Hillman parla, nonostante le ripetute manifestazioni di rigetto nei suoi confronti. Hillman vuole sottolineare soprattutto il ruolo del confronto necessario (piuttosto un «dovere») che tutti noi dobbiamo avere con le «enormità che la nostra epoca ha ereditato da lui». E torna inevitabilmente la faccenda della memoria, questione delicata che riporta nel presente un passato che non deve e non vuole essere dimenticato:

«Per essere cittadini consapevoli del mondo occidentale nell’era post-hitleriana, non soltanto non dobbiamo dimenticare le immagini e la lezione della prima metà del nostro secolo, l’epoca storica di Hitler, abbiamo anche il dovere di riflettere su Hitler come possibilità demoniaca presente nel mondo occidentale stesso». (3)

Ripeto, «presente nel mondo occidentale stesso».

Quindi, cosa abbiamo ereditato? Dunque forse ha ragione la Szymborska: ciò che abbiamo ereditato dal nostro bottino di guerra, che è sempre valido per ogni guerra, è molto piccolo. L’errore clamoroso di tollerare la violenza, la visione del sangue, le ingiustizie, il razzismo, gli abusi – nella quotidianità di tutti – deriva forse da questa grande eredità storica che abbiamo involontariamente ereditato da Adolf Hitler, come sostiene Hillman? Oppure è un’eredità tutta racchiusa nella storia e nell’evoluzione (se di evoluzione si può parlare in questo contesto), tipica della società occidentale?

Dalla parte della fede, ma con una tagliente interpretazione storica, vorrei invece ricordare alcune parole di padre David Maria Turoldo che nel 1976 scriveva in Il sesto angelo:

«pensavo al mio tempo, alla nostra storia recente e attuale, alla cronaca nera del mondo: del Vietnam, di Nixon, di questi mercanti di stati e industriali della morte; pensavo al Brasile, all’Angola, al Mozambico; pensavo ai fedayn e a Israele … No, non ci siamo! Quale gioia e quale speranza? Quale liberazione? No, l’attuale Israele non ha nulla a che fare con l’antico. Prima pregano e poi ammazzano. Ma forse non è neanche vero che pregano. Adesso si capisce che veramente Cristo non poteva essere che ucciso […] Non c’è liberazione dell’uomo, di nessuno, se non come fatto religioso. O è Dio che libera o non c’è libertà […] nessuna ideologia ha mai liberato l’uomo […] le ideologie creano sempre organismi di potere e quindi diventano, a loro volta, strumenti di oppressione. Così l’uomo, in nome della ideologia, è sempre dominato dall’uomo». (4)

Queste parole di quaranta anni fa, dette oltretutto da un sacerdote, fanno rabbrividire per la loro valenza attuale, e spronano verso il dovere di riflettere sulla «cronaca nera del mondo». Ricercare i «perché?» personali, aldilà delle elucubrazioni intellettuali messe in vetrina e spesso vuote, aiuta a calarsi in un silenzio intimo dove possiamo trovare la nostra dimensione in questo nostro tempo e in questa nostra storia. Che il dramma sia «religioso», come David Maria Turoldo sostiene? Egli infatti esorta i lettori a non trattenere la «teologia della croce» in una dimensione intimistica ma a considerarla «la vera teologia della storia». Dobbiamo spaventarci davanti a queste grandi parole di cui, probabilmente, non capiamo profondamente nemmeno il senso? Il passo più importante sembra essere questo sostanziale assioma:

«Bisogna che l’uomo riconosca la sua sconfitta» (5)

Distanziamoci un attimo dalla mente, dalla conoscenza della nozione, dall’intellettualismo coatto, avviciniamoci un poco alla «conoscenza del mondo» della quale, forse, parlava la Szymborska dal punto di vista del poeta e che Turoldo, dal punto di vista della fede ha chiamato «coscienza universale». Ma Turoldo, dopotutto, era un poeta e un uomo che non smette di ricordarci che resistere è prima di tutto un fatto dello spirito. Si, perché non si può tacere, non si può essere disinformati e parlare a sproposito, avere la certezza di capire come vanno le cose. Prendiamo come prezioso consiglio queste parole di Turoldo: «Il nostro cuore deve essere in pace per intendere veramente, per intendere profondamente». (6)

Ecco: in questi giorni di morti inutili in Palestina auguro a tutti l’impetuoso desiderio dell’informazione, del capire senza presunzione, ma soprattutto di non cadere nel buio pozzo dell’indifferenza e del silenzio omertoso. Auguro il silenzio della riflessione. Dopotutto, noi siamo in questo Occidente che, come ancora Turoldo ricorda, è «vicino a morire per abbondanza di cose inutili». (7)

 

 

Note:

1)Szymborska W., La gioia di scrivere. Tutte le poesie (1945-2009), Adelphi, Milano, 2009, p.5.
2)Hillman J., Il Cattivo seme, in Il codice dell’anima, Adelphi, Milano, 1996, p. 267.
3)Ivi, p.268.
4)Turoldo D.M., Non ci resta altro, da Il sesto angelo, Mondadori, Milano, 1976, p.155.
5)Idem.
6)Turoldo D.M., Salmodia della Speranza, Istituto di Propaganda Libraria, Milano, 1995, p. 42.
7)Turoldo D.M., Il sesto angelo, Mondadori, Milano, 1976, p.153.

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