Nel dramma: poesia dell’umanità (quella che oggi è rara). Estratto dal saggio “David Maria Turoldo: “O sensi miei …” , critica e analisi tematologica di un’opera compendiaria”- di Valentina Calista

NEL DRAMMA: POESIA DELL’UMANITÀ.

Da questo bisogno incessante di “comunicare” con e contro  la Storia, nel dramma,  nasce una “poesia dell’umanità” che si regge sul pilastro della fede in Dio e nella fiducia dell’uomo-Cristo. Questa urgenza di «sentire la presenza di Dio accanto all’uomo e nella storia»[1] trasforma la poesia stessa in «atto di fede» e «vera religione».[2] È nella Storia, attraverso l’eco della teologia della speranza,  che si sviluppa e accade il dramma dell’uomo:

[…] Bisogna che la teologia della croce non resti un capitolo di vita intimistica, per il devoto, essa è la vera teologia della storia: bisogna che diventi un fatto popolare, un fatto di coscienza universale. Non ci sono altre illuminazioni. Bisogna che l’uomo riconosca la sua sconfitta; gridare forte che questa non è una civiltà umana; che la tecnica e la stessa scienza sono, per ora, nella norma più estesa, le assi della cassa da morto dell’uomo. E anche la religione, per il tanto che ha accettato il sistema, può finire con l’essere il coperchio della stessa bara. Allora non resta che puntare sulla resurrezione attraverso la morte del mondo[…].[3]

E dalla «morte del mondo» nasce l’unica possibilità che ci è stata data:

 

La possibilità, o Cristo,

che ci offri è questa:

la quotidiana morte

unica via

dell’eterno

domani.[4]

 

È per questo  che il percorso della salvezza inizia con la poesia – che è preghiera –  dove ad ogni parola la morte lascia spazio alla vita:

[…] La vera, la grande poesia, finisce sempre in preghiera: appunto, la vita stessa è un atto di fede[…].[5]

Sperare è una “lotta” costante: padre Turoldo ha messo al centro del suo orientamento di vita (atto di fede), come una bussola, la Speranza. Essa è la matrice che muove la fede, la culla che accoglie Dio quando “Lui” si fa trovare: abbiamo appreso che anche Dio ha necessità di amare l’uomo[6], non solo l’essere umano ha bisogno di cercare Dio. Egli è quindi un “rischio” che accompagna l’esistenza: la fede è dolorosa e vulnerabile. Turoldo abbraccia la sua fede, perenne costante, che vive nel “dramma” e diviene oscura, dolorosa, diviene poesia quando Dio non si manifesta direttamente ma lo fa tramite segni e piccole tracce che l’autore raccoglie per ricomporre un quadro dove “Egli” non sia più assente. La  fede porta con sé l’eterno dubbio e non si conquista con verità e deduzioni logiche:

Ragione non vale a rispondere

alle paure che incombono:

sensi e pensieri e propositi

fanno un solo groviglio:

se tu non accendi il tuo lume,

Signore.[7]

Talvolta Dio viene ritratto come inadeguato al mondo e privo di comprensione nel momento in cui l’autore si pone degli interrogativi dilanianti che spesso non trovano la giusta risposta: «E tu saresti un Dio/ su nostra misura?».[8]L’incessante ricerca di Turoldo attraverso la fede e la Storia è stata un canto continuo intrecciato alla disperazione e alla speranza perché se da un lato c’è sempre stata nei suoi versi l’attesa-assenza di Dio («ma Tu/ una risposta, mai!»[9]), dall’altra c’era l’onnipresenza amorevole e luminosa:

Hai compassione di tutti, Signore,

tu ami ogni cosa e ai peccati

di nessuno guardi,

e nulla disprezzi

di questa tute creature.[…][10]

Tra le varie rappresentazioni di Dio che troviamo nel percorso tematologico, padre Turoldo ci regala  una metafora originale, tuttavia tendente ad assumere sfumature inquietanti: è la metafora dell’”occhio” che tutto vede. Questa metafora va a contrastare con i versi sopra citati dove viceversa Dio non guarda ai peccati dell’uomo per mezzo della Sua immensa compassione. L’occhio è una presenza costante che ininterrottamente segue l’evolversi del dramma, del dubbio, del vissuto, ed è lì avvolto nel silenzio atemporale dove la luce si rigenera, è «l’OCCHIO[11]/ che ti guarda» mentre tu sei «in cella», chiuso  nel cuore, oppure «nel centro dell’universo».[12] Ci appare altrettanto denso il ritratto che l’autore fa di Dio quando lo paragona all’«occhio che riflette/ tutta la terra come una perla»: un’immagine forte che rende visibile questo occhio come distante e separato, ma contemporaneamente protettore della terra e dell’uomo, Lui lassù nel silenzio creatore, noi quaggiù tra le cose mortali.


[1] DEBIASE, cit., p. 15.

[2] TUROLDO, Il dramma è religioso, da Il sesto angelo, in TOSM, cit., p. 341.

[3] Ibidem.

[4] Idem, Mio prefazio a Pasqua, da  Il sesto angelo, in TOSM, cit., p.388.

[5] Idem, Il dramma è religioso, da Il sesto angelo, in TOSM, cit., p. 341.

[6] «Tu non puoi non amarmi,/ ti sono necessario»: Idem, Voglio chiederti, da Il grande Male, in TOSM, cit., p. 476.

[7] Idem, Ragione non vale, da Il grande Male, in TOSM,  cit., p. 469.

[8] Idem, E tu saresti …, da Il grande Male, in TOSM, cit., p. 551.

[9] Idem, Una risposta mai, da Nel segno del Tau, in TOSM, cit., p. 653.

[10] Idem, Hai compassione , da Il grande Male, in TOSM, cit., p. 465.

[11] È importante notare l’uso della maiuscola che l’autore adotta per  questa parola, a sottolineare l’importanza fondamentale, l’immagine onnipresente che vuole fissare.

[12] Idem, Ancora luce, da Il grande Male, in TOSM, cit., p. 547.

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