Arthur Rimbaud: “E il poeta brillo insultava l’Universo” (da “Briciole”), di Valentina Calista

Arthur Rimbaud: “E il poeta brillo insultava l’Universo”

(da   Briciole)

La centralità dell’uomo-poeta, inventore di linguaggi, metafisicamente al centro dell’Universo con la Poesia (riflesso di un Io inconscio), tra un’estasi alcolica e verbale, insulta, con la sua stessa invenzione (il verso) che si schianta contro il mondo, proprio quell’Universo  evidenziato dallo stesso poeta con la maiuscola.

Spazio che l’artista sente dentro e fuori il proprio Io, così che, quando si ritrova davanti ad esso come spettatore (esterno), può infliggergli una colpa suprema come causa dell’inquietudine (interno), del malessere viandante che conosce le mutevolezze dei flussi interiori: l’uno è causa dell’altro.

La parola del poeta è un varco che connette i due mondi opposti: ecco che quando il mondo si fa viscerale nasce il verso infernale, connubio di visione e assenza.

Rimbaud si infiltra nei sottostrati dell’interiorità umana e vuole spulciare e scarnificare le pareti dell’inconscio per scontrarsi con le sue verità.

Con il vizio idealistico che si fonde nei suoi versi, vita come poesia , Rimbaud si infligge un’autopunizione della crisi poiché ciò che la determina o la domina è l’assenza: vita assente o assenza di vita?

<< Vigila, o mia vita assente! >>, fulminante cognizione del suo stato di assenza.

Le sue contorsioni hanno sfogo nella scarica furiosamente emotiva del suo verbo, il linguaggio come pura invenzione di un genio nuovo che urla il disagio del poeta singolo nel tentativo di trovare quella fratellanza di corrispondenze sensoriali nei suoi simili. Trovò Verlaine, Saturnino, che gli scrisse : << Venite, cara grande anima, siete atteso, siete desiderato >>.

Ne “La lettera del veggente” distruggeva quei piedistalli d’avorio sui quali riposano in pace i grandi Poeti, come Racine: ma per Rimbaud <<Racine è il puro, il forte, il grande…è il Divino Sciocco >>.

Riconosce nei Romantici i primi << Veggenti >>, ma sottolinea l’inconsapevolezza della loro veggenza in quanto sostiene che i loro versi siano frutto di accidenti.

Afferma che  << Baudelaire è il primo veggente, il re dei poeti, un vero Dio >>.

Rimbaud disegna nella parola quel linguaggio che cattura l’inconscio come in una fotografia in bianco e nero, dove le sfumature dei colori si possono solo immaginare, percepire, odorare, ma mai vedere con l’occhio della realtà.

Invenzione e fantasia, creazione e vita, assenza e veggenza, sinfonia della profondità umana: è poesia.

E toccare la grande poesia da la scossa.

Fu il primo a sostituire all’ordinario quotidiano lo straordinario vitale degli equilibri precari ed è così che ne “La lettera del Veggente” scrive:

<< Poiché io è un altro >>, mettendo proprio in evidenza quella piccola parola che rispecchia l’animo, l’Io.

Una visione che va al di là della fantasia trascinata su carta dalla nozione, ma una vera e propria cultura dei sensi che fulmina la vita rendendola poesia da vivere, non da leggere.

Una nuova letteratura, questa è la definizione stessa di Rimbaud che ha provocato la poesia pagandola con lo Spirito, dando poi in sacrificio al verso anche la sua carne, ha pagato la sua “diversità” e stravaganza con tutta l’essenza dei suoi versi, fino ad esaurirsi completamente ed irrimediabilmente a soli 19 anni, bloccando nel quadro della sua mente irrequieta tutta la sua produzione. Mai più un verso. Com’è possibile?

Arthur Rimbaud ha seminato il dolore nel verso ed è solo in questo contesto che egli accetta e riconosce una fratellanza con altri poeti, con il suo amico-amante Verlaine.

La dimensione poetica è rinchiusa nell’uomo come in un castello di ghiaccio pronto a sciogliersi con la musicalità del verso.

Egli deve esorcizzare quel suo inferno paradisiaco erotico-cosmico-sociale con l’innesto in altri mondi fatti di solitudini e mostruosità dell’anima, rendendosi poeta-costruttore, inventore, scienziato della parola.

Lui scrive le sue regole, le sue modalità di vita, la sua storia.

Lui stesso spiega e scrive il suo nuovo linguaggio in “Alchimie du verbe” contenuto nei “Delires” in “Une saison en enfer”:

<< A moi. L’histoire d’une de mes folies >>

<< A me. La storia di una mia follia >>

e dopo aggiunge:

<< J’inventai la couleur des voyelles! – A noir, E blanc, I rouge, O bleu, U vert. – Je réglai la forme et le mouvement de chaque consonne, et, avec des rhythmes instinctifs, je me flattai d’iventer une verbe poétique accessible, un jour ou l’autre, à tout les sens. Je réservais la traduction.

Ce fut d’abord une étude. J’ecrivais des silences, des nuits, je notais l’inexprimable. Je fixais des vertiges. >>.

<< Inventai il colore delle vocali!- A nera, E bianca, I rossa, O blu, U verde. Regolai la forma e il movimento d’ogni consonante e, con istintivi ritmi, mi lusingai di trovare un verbo poetico accessibile, un giorno o l’altro, a tutti i sensi. Tenevo per me la traduzione.

Dapprima fu uno studio. Scrivevo dei silenzi, delle notti, annotavo l’inesprimibile. Fissavo vertigini. >>.

Il poeta si è collocato da solo in un contesto, in un genere, in un momento storico, in un linguaggio ricercato ben preciso.

Giunge per Rimbaud la divorante necessità di trovare una lingua dopo aver << veduto l’Ignoto >>, dopo aver mangiato sensazioni e gustato le sfumature dell’anima, nella “Lettera” scrive ancora:

 

<< Cette langue sera de l’âme pour l’âme, résumant tout, parfums, couleurs, de la pensée accrochant la pensée et tirant. >>

 

<< Questa lingua sarà anima per l’anima, riassumendo tutto, profumi, suoni, colori, sarà pensiero che aggancia il pensiero e che tira. >>.

E conclude la sua apologia con schiettezza:

<< Ainsi je travaille à me rendre voyant >>

<< Così lavoro per rendermi veggente >>.

Inadattabile alla società, inafferrabile, sfuggito dall’ampolla asfissiante piccolo-borghese della sua provincia, poi sperduto mercante in Africa.

In  Ma Bohème egli canta il vagabondaggio purificatore:

<< Je m’en allais, les poings dans mes poches crevées;

     Mon paletot aussi devenait idéal ;

     J’allais sous le ciel, Muse ! et j’étais ton féal >>

<< I pugni nelle tasche rotte, me ne andavo,

      con il mio pastrano diventato ideale ;

      sotto il cielo andavo, o Musa, a te solidale >>

oppure quando scrive in Rêvé pour l’hiver del 1870, scritta in treno:

<< L’hiver, nous irons dans un petit wagon rose

      avec des coussins bleus. Nous serons bien >>

<< L’inverno, andremo in un vagoncino rosa

      con tanti cuscini blu. Sarà dolce. >>

La sensazione è partorita dall’alchimia del verbo, dal continuo affanno vitale, dall’istinto e dal momento in cui arriva l’allucinazione, figlia della veggenza, dall’intuizione, dalla percezione del simbolo dove la Natura si fa essere vivente, persona e amante, sorella e confidente, tappeto di cielo in quiete e dolore, scenario di viandanza:

Sensazione                          (marzo 1870)

Nei sentieri andrò, la sera estiva e celeste,

punto dai grani, a pestar l’esile erbatura:

sognante, ai piedi ne sentirò la frescura,

lascerò il vento bagnarmi la nuda testa.

 

Non dirò parola, non penserò più a niente:

ma infinito mi salirà l’amore in fondo

al petto, e andrò nella Natura vagabondo

ben lontano,- come con donna lietamente.

 

Sensazione è un mondo a sé che vive nelle vene delle forme artistiche, e quando si tratta di poesia, allora vediamo in essa nascere e morire parole in cui è ritratta la vita intera della Sensazione stessa.

Concetto che ha preso forma nel simposio romantico, con origine tedesca (Sensucht) propria del movimento, ma approda in seguito nei simbolisti in chiave di coscienza.

Il romantico è in continua ricerca di quella parte di mondo invisibile, di quel classico ma inafferrabile infinito che ha accomunato il Romanticismo di tutta Europa, basti pensare a quell’ondeggiare continuo tra cielo e terra, tra cielo ed inferno, a quell’Infinito leopardiano dove << il naufragar m’è dolce in questo mare >>.

Il simbolista, il decadente, il bohèmien, è già cosciente. Ha assistito alla nascita dell’infinito, della sensazione, è nato con lui, è cresciuto con lui, per questo egli non cercherà più quell’inafferrabilità, ma trascinerà la verità inconscia a sé, fuori da ogni schema del razionale, abbandona il linguaggio accademico per dar sfogo alla parola dell’io fluido.

Rimbaud stesso sosteneva che i primi << veggenti >> furono proprio i romantici, ma incoscienti di esserlo.

Rimbaud ha passato “una stagione all’inferno”, ma ne è uscito più forte di prima. Non si perderà mai nel suo inferno ma lo spoglierà e lo insulterà per esorcizzarlo, con l’unico dramma che uscito di lì il suo verso morirà sulla porta del paradiso.

Valentina Calista

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3 comments

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