Coscienze disperse – di Valentina Calista

16 ottobre 16-10-2012

Coscienze disperse.

Dispersione è la parola chiave di questo tempo. Ma è un tempo che oscilla da altrettanto svariato tempo. Un secolo, forse due. E poi c’è questo “oggi” che vuole apparire come un eterno presente. Ma non lo è. C’è chi dice che “l’eterno presente” sia il Paradiso, l’Aldilà, l’Oltre, quelle zone impalpabili che talvolta ci mandano segnali per darci una lucciola di speranza. Noi siamo qui. Nell’eterno presente rivolto al passato o nell’eterno presente che ci obbliga a guardare al futuro per non cedere. Noi l’eterno presente, quello vero, neanche lo conosciamo: alcuni di noi esseri umani, agnostici e fissi nella loro “credenza” marmorea (anche quella è una credenza, una fides, dopotutto), amano credere al loro tempo eternamente presente. Eppure davanti agli occhi e nel cuore si aprono scenari orribili, tutti i giorni, per tutti uguali. C’è chi vede e non sente. C’è chi sente ma non vuol vedere. C’è chi non vuole vedere e non vuole sentire. C’è pure chi vede bene e sente altrettanto bene ma resta lì a guardare per P-A-U-R-A. Chiamasi omertà. Paura di cosa non si sa: è certo però che l’omertà non è più collocabile banalmente alle questioni mafiose e camorriste. L’omertà si è insinuata nella mente e nei cuori della gente tanto da disintegrare quella naturale capacità sociale di “legare” noi stessi agli altri. E poi: ma noi, cosa intendiamo per “altri”? Le persone e basta. Purtroppo. E continuiamo a vivere secondo uno schema millenario antropocentrico che vede le specie della natura, quelle diverse da noi, come esseri inferiori alle nostre capacità intellettive. Ma noi esseri umani siamo delle bestie rare. Con la nostra razionalità estrema riusciamo a deviare i corsi dei fiumi dell’anima, riusciamo ad incasellare l’incasellabile, pretendiamo di scolpire una realtà che non è quella del reale, ma quella immaginata, sognata, ambita. Sarebbe tutto più semplice se imparassimo di nuovo ad essere poveri, semplici, umili. Soprattutto privi di quei sentimenti logoranti che fluiscono in una eterna rivalsa sull’altro, persino nei confronti di chi crediamo di amare. E pensare che spesso non lo sappiamo neppure. Ma non è affatto semplice essere poveri, umili e discreti in questo furore di anni 2000. Invece continuiamo a viaggiare su una zattera marcia in un mare di miseria, nei bassifondi della dispersione umana. Odiamo il prossimo, le madri, i padri, i figli, i nonni, i vicini, i compagni, gli amanti, i neri, i bianchi, i gay, i cinesi, i rumeni, gli albanesi. Adesso, odiamo pure i bambini. Odiamo Dio. Odiamo noi stessi. Odiamo la bellezza. Odiamo i sentimenti. Odiamo la vita. I bar sono discariche di disastri umani: gioco d’azzardo e alcool per respirare ancora miseria nella speranza che “poi passa” questo tempo che ci schiaccia. Giovani e non giovani, vecchi e ragazzi. Il vizio non ha più un’età. I soldi hanno mangiato l’anima pure agli animali. Alla terra, all’Universo. Le piazze sono parolacce e bestemmie concentriche che volteggiano sopra le nostre teste. Le scuole sono depositi di disagi senza prevenzione e ascolto. Le università sono spesso delle rampe di lancio a favore dell’ignoranza. Altro che scuola e cultura. Dovrebbero reinventare i piani di studio e ogni programma didattico basandosi su questa umana incapacità d’amore, d’amare. Dovrebbero riportare l’amore nelle scuole e per le strade. Insegnare ad un bambino che si può ridere pur essendo seri e coraggiosi, che si può piangere pur essendo forti. Che si può amare nonostante queste prostituzioni d’anima che accoltellano la bellezza. E pensare che davanti a questo disastro c’è chi ancora vuole giocare alla cecità.

Valentina Calista

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