Vita mia, non ti riconosco più. «Torniamo ai giorni del rischio». Di Valentina Calista

31 luglio 2012

Vita mia, non ti riconosco più.
«Torniamo ai giorni del rischio».

Il sogno oggi ha l’aria di una chimera, di un’isola lontana e onirica dove rifugiarsi al riparo dal male del mondo. Sì, il male del mondo. Quello c’è, c’è sempre stato, e sempre sarà tale. Ma di queste proporzioni non è mai stato visto. Il secolo Novecento ha ospitato l’orrore e l’ha fatto accomodare sul divano della propria casa, sul divano dell’umanità.
Immobili, fermi, in apnea, aspettiamo qualcosa da questi anni, un bagliore. O forse il danno peggiore è che non ci aspettiamo più nulla da questi inganni. Offesi, derisi, derubati e umiliati. Questo siamo diventati. Ma la cosa più triste è che abbiamo lasciato le redini della nostra esistenza nelle mani sbagliate, mani lontane, non più le nostre e dei nostri fratelli. Noi stessi artefici di questa nebbia che ci divide l’un l’altro. Nel male da soli si muore. Una lontananza abissale che affonda le radici nelle ferite dell’emarginazione, della diversità. Nel dolore non c’è più trasformazione, evoluzione, ma abuso di potere. L’unica cosa che sappiamo fare (perché non c’è più nessuno che ce lo insegna e ce lo tramanda) è digrignare i denti e mostrarli al prossimo, spesso al prossimo più prossimo: madre, padre, fratello, compagna, compagno.
Una volta il presente era un letto caldo dove la giornata andava a coricarsi, felice di avere un luogo. Oggi, quello stesso presente è diventato un non luogo, un passaggio che dobbiamo quotidianamente attraversare improvvisandoci nel caos che ci viene proposto e iniettato nel sangue dal sorgere al calar del sole. Non ci vogliono far dormire con la pace nel cuore.
Ma siamo noi che con le nostre stanchezze continuiamo a vivere, spesso in ginocchio, raccontandoci che “domani passerà”, “domani è un altro giorno”. No. Non è così. Apriamo questi occhi avvelenati da ciò che ci uccide e continuiamo a sperare, a lottare, a gridare a grande voce che è arrivato il momento di ribellarsi a questa schiavitù dell’anima che abbrutisce la gentilezza del cuore, che violenta l’Amore.
Padre Davide Maria Turoldo l’aveva detto: «Torniamo ai giorni del rischio […] Torniamo a sperare come primavera torna ogni anno a fiorire».
Viviamo una perenne tensione mai superata, un eterno conflitto tra bene e male, un conflitto che metaforicamente si rende (da sempre) persino geografico tra Oriente e Occidente, un paradosso che si manifesta nella compresenza di “nulla” e “Nulla” , finito e infinito, dove Dio assume due aspetti, uno di luce, passione, furor d’amore, l’altro invece è «Bellezza che annienta» e «Nulla che annulla» .
Hanno imprigionato anche Dio, l’hanno svalutato, violentato, l’hanno descritto con parole sconosciute, lontane, hanno ingabbiato la bellezza dell’Assoluto, del divino, i sentimenti oceanici legati all’amore e alla vita. Ci hanno tolto i sorrisi, il corpo, la mente. Ci hanno raccontato che il corpo viaggia su una strada diversa da quella che percorre il cuore e che la mente ha la stessa voce del cosmo, dell’Assoluto. Dove siamo finiti? Questa è vita? È mondo? Oppure è tutto ciò che si cela dietro le violenze fatte, subite, pensate, programmate? Giobbe ha intrecciato il suo lamento nei secoli e per secoli, accompagnato dall’eterno problema del dolore dell’innocente che davanti allo sfacelo della sua vita, continua con pazienza infinita a benedire Dio, da cui viene ogni bene e ogni male. «Tornare ai giorni del rischio» significa unirci nella profonda spes che viene da un sentimento cosmico di unione e forza, tutta riunita in un cerchio d’umanità che potremmo ancora ricomporre, se solo lo volessimo. Invece noi ci perdiamo nella via più facile, quella del maledire: il prossimo, il vicino, l’amico, l’amica, l’amato, l’amata, e Dio, sempre in prima fila ad essere lapidato da bestemmie. Non riconoscere la propria vita e non saperla più guardare nel profondo porta a maledire l’esistenza, il tempo, l’odore del mondo e il profumo stesso della vita. Non ribellarsi alla violenza vuol dire soccombere e morire. Nella rivoluzione, nella ribellione condivisa anche Dio è dalla nostra parte. Anche l’universo ci abbraccia potente. Ma noi non lo capiamo, e continuiamo a spargere veleno nelle nostre parole, nei nostri sguardi, nelle nostre azioni. Questo tempo non da spazio al sogno, all’onirica presenza di vita che si costituisce mediante intuizione, creatività e passione. Oggi ci dicono che bisogna programmare. Programmare la vita, programmare le giornate, i minuti, le pause, i sogni, le speranze, il lavoro: tutto ha un programma stabilito. Anche fare l’amore è programmato. Ma noi, abbiamo scelto davvero di programmare? Abbiamo perso l’istinto cruento e stupendo della salvezza, della spinta ultraterrena che lega la vita all’Oltre possibile. Nel 1904, nei suoi Poemi Conviviali, Giovanni Pascoli ci diceva che «Il sogno è l’infinita ombra del vero». Testimonianza, questa, di come già l’autore avesse intuito che la grandezza umana del periodo classico, simbolo di stabilità e integrità d’animo, stesse inarcandosi su se stessa volgendo ad una chiusura e ad un’incertezza interiore manifestata negli smarrimenti labirintici dell’esistenza dell’uomo moderno. Possiamo, indubbiamente, ancora sentire come profondamente vero il verso di Pascoli. Quante volte, nel raro istante di silenzio che ci ricollega alla nostra vocazione, alla nostra anima, possiamo ascoltare l’eco di questo sogno? Quell’istante è un dono prezioso per ricordarci che possiamo cambiare, evolvere e non avvelenare più il cuore. Seguire quella voce è dare ascolto al vero che c’è nel mondo e dentro la nostra vita. Troppo spesso invece ci ritroviamo a fare un lavoro che non ci piace, ad amare una persona che davvero non amiamo, a chiudere gli occhi davanti ad una ingiustizia percepita, subita o attuata. Troppo spesso camminiamo con l’omertà, col silenzio della codardia. Abbiamo paura di perdere. Ma io dico che chi ha paura di perdere qualcosa è perché non ha sentito il pulsare autentico della propria vita. Una volta una signora anziana mi disse: «Non devi preoccuparti perché quello che ti appartiene davvero non te lo può portare via nessuno». Aveva ragione. Credo in un poema scritto sugli spartiti invisibili del tempo e del creato, delle storie atemporali dove gli archetipi ciclicamente inondano le nostre vite e dove il suono silente del mondo fa pulsare i destini delle vite. Qualche volta questo suono arriva alle corde delle nostre anime risonanti. Altre volte cade nell’acqua torbida del nostro cuore affondando nell’incoscienza. Molto spesso ci ricordiamo della musica solo quando rischiamo di morire. Ma infinite altre volte ne sentiamo il rintocco. E quello è il nostro momento, « l’infinita ombra del vero».

Valentina Calista

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