ALDA MERINI. L’esperienza e la poetica. Non potete rinchiudere i poeti.

ALDA MERINI. L’esperienza e la poetica.

Non potete rinchiudere i poeti.

«La piccola casa popolare» è sul Naviglio Grande, tra botteghe d’arte, negozi d’antiquariato, modernariato, trattorie e tavola calda in una Milano diversa dalla città immersa nella frenesia del caos, i clacson, i tram. Il Libraccio, la libreria storica del Naviglio, evoca una foto in bianco e nero dove Alda Merini è ripresa in una posa sbarazzina, ironica. Per arrivare alla sua casa in Via Ripa di Porta Ticinese bisogna passare davanti al Libraccio, cosicché il passato conduce al presente in un itinerario lirico della memoria ed evoca versi che recuperano le origini di un’esperienza poetica, quella di Alda Merini, la signora dei Navigli, una presenza remota nello spazio come nel tempo: «Padre, se scrivere è una colpa, perché Dio mi ha dato la parola per parlare con trepidi linguaggi d’amore a chi mi ascolta?». La poesia come ispirazione e gioco di memoria, ma anche come fantasia, sudore, dolore, manicomio e follia, amore e colpa, vita e morte: Alda Merini è una donna che vive in un ieri di cui la prima testimonianza è una targa di bronzo dedicata all’amico editore Vanni Scheiwiller: «Un uomo che volò alto, talmente alto, che molti indeboliti spiriti l’atterrarono».
Una donna di piccola statura, grassottella, dall’aspetto trascurato – un maglione rosso che riprende il colore del rossetto contrastante col suo pallore, orecchini appariscenti ma delicati – un sorriso dolce. E attorno, in una casa piccola ed esorbitante di oggetti, quadri, stampe di foto che la ritraggono in vari momenti della vita, televisori, pupazzi, libri, vasi, una vasta oggettistica, e un pianoforte coperto da tanti altri fogli, foto e altro: un pozzo di ricordi, un accumulo di momenti, di pensieri e versi, di dolore e di espansione dove sono gli oggetti stessi a prendere forma nella stanza, a dare vita ad altre vite passate come quella del marito scomparso molti anni fa. È lei che comincia a fare domande a me:
«Da dove viene?».

Sono partita da Roma.
E lei è venuta fino a qua per me, per una vecchia?
Sì, sono venuta fino a qua per lei!
Le piace quella stampa che sta guardando? Courbet: L’origine del mondo.
Già. Lo guardavo perché è un quadro molto bello, lo conoscevo già.
Sa, l’ho attaccato per i giovani che entrano qua perché oggi c’è troppo pudore, troppo scandalo perbenista in questa società. E questo quadro fa questo effetto, sconvolge. Lei cosa ne pensa? ”
A me non sconvolge, lo trovo bellissimo e poi m’è sempre piaciuto. Sono venuta a trovarla per parlare della sua opera, in particolare della raccolta Paura di Dio.
Ah… ma è vecchia quella raccolta….
Sì, lo so, ma proprio per questo mi interessa. Sa, quando ha pubblicato e scritto queste poesie aveva la mia età e questo per me è uno spunto, una partenza, una speranza: leggendo ed entrando nei suoi versi ho ritrovato cose che mi appartengono e che sicuramente cullano un po’ molti altri lettori.
Ma chissà quanto l’hai pagata, è difficile da trovarsi. Ma non spendere tutti questi soldi per comprare i miei libri!
Questa è una riedizione, non è quella originale del ’55.
Ma che edizione è?… Eh, non me ne curo più, ormai fanno quello che vogliono. Fammi un po’ vedere.
È la riedizione Scheiwiller: contiene anche La presenza di Orfeo, Nozze Romane, Tu sei Pietro… Come è stato il suo primo contatto con gli editori e la stampa?
È stata la mia professoressa di italiano a dare le mie poesie a Spagnoletti, a Romanò e a Manganelli… io non ho fatto niente.
Perché «paura di Dio»? Perché quella paura?
Beh, perché Dio l’ho sempre temuto, per me il Dio cristiano è da temere, l’ho sempre visto come colui che alza la mano e condanna, giudica. Io temo Dio e lo amo. Ma mi fa paura. Forse chissà, l’ho sempre associato a mio padre anche se lui era una persona buona. Per esempio questa… “Dies Irae”… è l’ira di Dio, ma è dedicata a mio marito… «Tu insegui le mie forme… sono il vuoto esatto cresciuto / sino all’altezza esatta del piacere / ma con mille tramonti alle mie spalle: / quante volte, amor mio, tu mi disdegni».
Come è accaduto? Sa…nei libri non c’è mai una biografia dettagliata.
Bella domanda… Me lo chiedo pure io: è proprio quello il problema, che non lo so perché sia accaduto. Sai, il manicomio in un certo senso non è stato una tragedia, dopotutto non avevamo nulla, la gioventù di oggi non è come quella di allora, noi le cose ce le guadagnavamo, oggi si fanno i capricci per le lucine; noi non avevamo niente, quindi non avevo nulla né in manicomio né fuori. I ragazzi di oggi hanno il capriccio, che non è più capriccio dal momento che tanto hanno tutto quello che vogliono. Il manicomio è un rifiuto, un abominevole rifiuto…e non si sa perché. Sai, una donna dotata di sensibilità: forse sarà stato che molti anni fa una poetessa era considerata come un qualcuno da tenere sotto controllo, una donna libera, non saprei, ma non si rendevano conto che la poetessa ha un cervello e anche un corpo normale, sicuramente più debole e delicata. Le più grandi poetesse sono morte suicide. Aspetta. Rispondo al telefono. Era mia figlia Barbara, mi ha chiesto dove poteva comprare un violino, ma io mi chiedo cosa ci dovrà mai fare mia figlia con un violino? Però credo che siano i migliori gli Stradivari… lei cosa ne pensa?
Forse sua figlia vorrebbe iniziare a suonare il violino.
Ah si? Lei dice? Sa anche mia figlia soffre di depressione. Oggi la depressione è un pretesto per giustificare, come se uno venisse a casa mia e distruggesse tutto, allora mi si dice «poveraccio, ma era depresso». Mah, il discorso delle depressioni è talmente grande. La follia è terapia. Quello che mi ha salvato è la memoria e il passato. Quello che non ho più sono le figlie, le ho perse. Quella che parla non è l’Alda Merini di adesso ma di allora perché rivivo quel dolore. Quando ero incinta ho avuto una psicosi da parto, una forma di ansia, e come l’arginavo? Il manicomio è stato anche terapeutico perché vivere in una comunità dove dividi la stessa tavola, dove non hai niente con te, ti fa diventare tollerante. La Terra Santa nasce proprio da questo, dall’osservare l’altro, dal possederlo…capisce in che senso?
Sì, certo…
Solo il Signore non si lascia possedere. A volte ho ricevuto telefonate da amici del manicomio che mi dicevano «come mai ora che sei celebre non ti ricordi di noi?». Io ho chiuso la parentesi del manicomio ma ho sempre continuato a vivere con i miei malati, anche dopo.
Suo marito da che parte stava?
L’ho sposato nel ’53 e subito è nata Emanuela, la prima figlia, nata un po’ deficitaria a causa del trauma subito dalla morte del padre nel ’55. Poi nel ’72 nasce Barbara. Mio marito forse non l’ho amato più, è stata una passione che poi se n’è andata, forse la passione era distruttiva, chi lo sa… Fu per causa sua che avvenne l’internamento in manicomio, un giorno qualsiasi, una lite, delle urla, la chiamata per un’ambulanza. Internata. Chi se lo aspettava? Mio marito è morto 23 anni fa, sul letto di morte mi disse «dove saranno i miei figli?»: solo allora l’ho perdonato. Lei potrebbe dirmi di buttare via tutto, ma questi oggetti sono le vestigia di mio marito… per esempio lei che ne pensa? La vivrebbe una passione?
Sì, anche se ha i suoi pericoli.
Le dico che è un rischio viverla, l’amore è un grande rischio perché brucia, si rischia la vita stessa, ma ne vale la pena perché poi esce fuori La Terra Santa. Il manicomio è stato la frustrazione, la negazione del mio grande sogno che per me era la scrittura, ma non avevamo nulla con noi, mi hanno proibito di scrivere. Nonostante tutto La Terra Santa è stato il periodo più felice. L’amore in una società come la nostra si paga caro, ma come si fa… l’amore è l’Abc della poesia, è difficile amare e bisogna dare una giustificazione all’amore che spesso non si riesce a dare. Si scappa dall’amore a volte. Ci sono persone che sentendosi amate si sentono imbrigliate… e molte volte la solitudine non si riesce a farla capire.
Come vede la morte?
Ah, bellissima! L’importante è che si mangi anche dall’altra parte.
Come vive la condizione di pluricandidata al Nobel?
Me ne infischio! Me ne vado a dormire! Spesso mi si chiede: «Se perdesse la poesia cosa rimarrebbe?». Io rispondo sempre che rimarrebbe l’Alda Merini, la donna: in fondo sono una donna qualunque, ho avuto un dono che è quello della poesia. Credo che mi sono molto grata, mi reputo una persona fortunata sai…l’elettroshock mi ha fatto dimenticare la sofferenza.

Fortunata? Da dove nasce tanta fede?
La fede l’ho sempre avuta. Paura di Dio è una raccolta mistica, è un momento, sono pensieri e vissuti… ce l’ho sempre avuta questa vena mistica, io volevo farmi suora.
Forse dipende da un’educazione familiare?
Ah no, anzi, mio padre era contro, era una cosa tutta mia, l’ho sempre avuta con me.
Cosa pensa della poesia di oggi e dei giovani scrittori?
Che scrivono tutti e non dicono quasi niente… ma io non me ne curo più.

Valentina Calista
Stilos, Anno IX n°5, 6 marzo 2007.

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