Margherita Guidacci – da “Inno alla gioia”

[…] Dio benedica il tuo andare e il tuo stare,
benedica per te la semina e il raccolto:
Egli che arò il grande campo dell’universo
e trasse spighe di stelle dai suoi solchi.

Guidacci M., da Inno alla gioia, in Bianchi E., Poesie di Dio, Einaudi, Torino, 1999, cit. p. 109.

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One comment

  1. I versi sono la quartina conclusiva della poesia Aratura che la Guidacci dedicò a Francisco Canepa con l’epigrafe A F. per la sua ricerca scientifica. Felicitandosi con l’uomo di cui era innamorata (amore soprattutto spirituale) la poetssa volendo dire che il lavoro di ricerca da lui compiuto era solo l’inizio di altri successi, dice che dopo la tracciatura del primo solco ne verranno di sicuro altri. E per tutta la poesia si rincorrono le immagini campi, di aratri e cavalli che li tirano. Non potendo aiutare l’uomo nella sua fatica, l’autrice contempla e – guidata dalla sua compatta fede – prega. Invoca la benedizione di Diosulla semina e sul raccolto (che completamo l’aratura). Dio che fu anch’egli aratore e mietitore di spighe di stelle (magnifica e intensa metafora!)
    Ecco il testo dell’intera poesia:

    ARATURA
    a F., per la sua ricerca scientifica
    Dopo il tuo primo solco, diritto e sicuro,
    ora traccerai gli altri, perché la nebbia è scomparsa
    e vedi chiara la direzione, la tua mano
    è tornata a posarsi sull’ aratro
    e lo sospinge, i cavalli si muovono
    pronti, impazienti di tirarlo.
    Il campo è grigio di brina, ma gli uccelli
    già cantano lietamente dai suoi margini
    e il sole avanza glorioso, illuminandoti.
    Ti contemplo all’inizio di questa buona giornata,
    io che non posso aiutarti – non possiedo
    né cavalli né aratro – soltanto ti contemplo,
    come un bambino ad occhi sgranati, da una siepe:
    con le mie mani nude ed il mio cuore puro
    esistendoti accanto.
    Dio benedica il tuo andare e il tuo stare,
    benedica per te la semina e il raccolto:
    Egli che arò il grande campo dell’universo
    e trasse spighe di stelle dai suoi solchi.

    Mario Mastrangelo

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