GIORNATA MONDIALE DEL LIBRO: “L’abbraccio che manca al giorno” di Valentina Calista è acquistabile su AMAZON

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British Blues- Inedito. Ai miei anni Inglesi (2013-2019)

 

British blues.
Inedito, 2019.
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Sono tornata nella terra di nebbia.
Me l’aveva detto Eliot: The Waste Land.
Dovevo credergli, era tutto vero. Mi disse:
«qui le persone chinano la testa alla vita,
incollano gli sguardi alle loro scarpe, sotto il naso».
Gli occhi plumbei, cappi di pietra al collo,
pesano, tirano, strapazzano, assalgono la luce.
La mia luce è leggera, una piuma in valigia,
un tesoro un diamante un cristallo, fragile, preziosa.
La tengo stretta nei pugni quando cammino,
le mani nascoste nella giacca nera
silente passo accanto ai barboni.
C’è puzza d’alcool alle sei del pomeriggio,
a mezzanotte la luna è opaca dietro il drappo nebbioso.
C’è puzza di fumo e di hashish per le strade.
I barboni nel girone infernale raccontano
la notte di ieri, con il cane e una coperta
stracciata sui marciapiedi della stazione
in rientranze che nessuno vede, serrande chiuse.
Vite morte, vive senza vivere, eppure vite.

londra

Proviamo a prendere- Inedito

 

desiderio

Proviamo a prendere

questi desideri, farli pane

fuori dal buio,

quando  la notte

scalpita per essere.

 

Proviamo a consacrarli,

portarli in dono

sull’altare della vita.

Rendiamo lacrime all’acqua,

facciamole mare cielo e sangue,

letto di paglia per riposare.

 

Amiamoli, i desideri,

che del loro aspetto

rimane il rapimento,

la stella oltre l’io,

la scintilla del sorpasso,

la voce dell’eterno

dove sempre siamo

saremo.

 

In questa lunghezza chiamata eterno- Pillole di narrativa

Riflessione narrativa per questi tempi in cui l’uomo preferisce la distruzione sotto ogni punto di vista. Io scelgo la costruzione. Sempre.

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” In questa lunghezza chiamata eterno c’è un’interruzione chiamata vita. Il silenzio mi parla insistentemente di questa distanza tra questa vita, così materialmente tangibile, e l’altra, percepita oltre il razionale lavoro della mente, della memoria, dove è possibile finalmente sdraiarsi, riposare e sentirsi.

Cosa siamo noi qui in questo spazio chiamato tempo? E cosa saremmo nello spazio alato dell’atemporalità?

Abbiamo anni a disposizione per costruire, per osservare e imparare, per sentire l’essenziale dell’esistenza così da poter puntellare nella terra ogni buon proposito, ogni sforzo, ogni gradino salito, sceso e risalito ancora.

Abbiamo tempo per decifrare le nascoste meccaniche dell’esistere. Eppure, non basta quasi mai, il tempo, e spesso preferiamo la distruzione. perché è più facile ed immediata. Costruire costa. Necessitiamo di quella lunghezza chiamata eterno per riproporci di imparare.

Malgrado ciò, vorremmo sbrigarci qui e ora nel capire, sentire la vita. E scopriamo presto che questa non si lascia facilmente capire da noi. Siamo cumuli di credenze cementificate nel corpo che hanno dimenticato la forza prorompente del sentire. Non senza sforzo, fatica, coraggio. Costruire costa.

È la pancia il nido della vita che per paura abbiamo spostato nel cranio, cervello, massa grigia, dimenticando di far fluire la sensualità dell’esistenza tra i vari piani che essa racchiude e custodisce gelosamente, manifestandosi con implosioni o esplosioni che a volte ci si ostina ad ignorare.

Ci leviamo la nostra infanzia di dosso come un vestito che fatica ad adagiarsi sul corpo, la lasciamo incustodita come una giacca nel solito armadio, la buttiamo come si usa fare dopo aver deciso cosa è inutile. È così grave l’illusione di essere adulti nel corpo di un adulto che il dolore fa sbattere i piedi, quelli di un bambino nel culmine del suo capriccio. Fa battere i denti la paura del dolore provocato dal non capire, dal non volersi arrendere ad un qualsiasi “no” che la vita ci impone.

Crescere nel corpo e rimanere incastrati nelle tragedie dell’infanzia, credendo di averla buttata per sempre, è una vera e propria catastrofe. Se solo avessimo imparato a conservarla, conoscerla e riconoscerla, avremmo sviluppato un’armonia tra due mondi infinitamente diversi.

L’infanzia, attimo della vita e del tempo breve, dei ricordi lunghi ed eternamente vivi, tempo della magnificenza, colmo d’amore e fluidità: mondo dove è possibile sentire la forza zampillante del sangue nel cuore. L’altro, mondo che abbiamo imparato presto a colorare di grigie tonalità, tempo di abitudini senza presenza, di frenesia indotta nella coscienza. Tempo lasciato al caso di ciò che pensiamo sia fortuna o destino, povero di pulsazioni se non quelle che dell’affamata e straziante ricerca d’amore che tutti accomuna.

Crescere costa. Costruire costa. Integrare le parti della nostra interiorità costa. Ma questa non è forse una delle vie per la libertà e per la vita appagata?”

Su “Il giardino dei poeti” uno spazio dedicato a L’abbraccio che manca al giorno (Ladolfi Editore, 2019)

https://giardinodeipoeti.wordpress.com/2020/03/24/valentina-calista-2/

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Mi accosto sempre con un timore reverenziale alla tastiera quando mi accingo a stendere una prefazione. Eppure, dopo tanti anni di esperienza, la sensazione non solo non si attenua, ma addirittura cresce con la consapevolezza che mi viene consegnato qualcosa di prezioso, di intimo, di misterioso, di sacer, nel senso che appartiene agli dèi e che non

può essere violato dal contatto umano, come l’homo sacer che non può essere toccato dalla comunità.

E di vera sacralità oso parlare nel momento in cui incomincio a entrare in questa raccolta di poesie, atteggiamento diverso da quello che provo durante la lettura, per il fatto che in questo secondo caso mi sento profanus e cioè “davanti al tempio” e quindi al di fuori del pomerium.

Come superare questo terror di fronte al numen, al mana della poesia? In primo luogo, con l’umiltà di chi sa che la potenza di un essere umano che si esprime in versi non potrà mai essere racchiusa in concetti, quindi con il desiderio di sottomettersi al testo in vista di una vera e propria “fusione di orizzonti”, anche se i limiti mai coincideranno e infine con il desiderio di offrire un contributo personale all’esplorazione di un mondo senza fine.

 

La raccolta di Valentina Calista inizia con un titolo dal sapore sentimentale, Cuori, ma immediatamente l’impressione viene spazzata via dal testo in prosa in cui prevale una precisa concretezza («Mia madre ha un cuore di sughero», «Mio padre ha un cuore di vetro», «Mio fratello ha un cuore di pane», «Io ho il cuore di paglia»). Il mistero si infittisce perché le metafore superano il linguaggio comune e aprono scenari densi di interrogativi: il nome del padre e della madre diventa realtà non in una parola, non in un ruolo, ma in gesti di un amore che è presenza e assenza contemporaneamente, perché popolata di sogni.

 

Ma l’esistenza non si lascia sottomettere dai desideri umani e immediatamente l’io lirico avverte la presenza inspiegabile del dolore; la protesta assume una dimensione biblica con accenti molto vigorosi: «Perisca il giorno in cui nacqui», che sfociano in un’elegia priva di speranza:

 

La neve non ti ha amato, non ti ha dato candore.

Non ti ha esposto al sole. È stato il fango, sporco

denaro. Ti ha divorato le mani, il cuore e il sogno.

 

Ci addentriamo, quindi, nella notte (Tra l’alba e il sogno), notte interiore, notte oscura, come quella dei mistici, in cui Dio appare lontano, privo di senso, insensibile alla sofferenza dell’uomo, ma al fondo di questo tunnel l’io lirico (Tra i vespri e l’alba) scorge

ben presto la bellezza della natura, apre il cuore alla vita: «Qui, la malinconia è preludio alla bellezza» e l’essere riprende una propria “consistenza” nell’esserci, nell’essere nel mondo («Mi pare di intuire, perfino. / Perfino che siamo»). La notte sconfinata allarga l’anima e produce una sensazione di benessere e la poetessa riesce ad apprezzare le “piccole cose” della vita quotidiana e a gioirne ritrovando in questo modo il senso dell’esistere: «Se la felicità fosse un gatto / acciambellato nel suo cesto-casa».

 

Questo rapporto con le realtà minime non si presenta solo come barriera contro l’assurdo, ma anche come superamento «d’inesistenze-inconsistenze», e calma e dona serenità. E allora ogni aspetto assume una dimensione “sacra” («La primavera mi aspetta, preghiera / mi aspetta il sapore del pane, la sera») sottolineata da uno stile francescano («terra / nostra sorella»), nel significato di cui abbiamo parlato, nonostante la presenza del limite che sempre incombe sull’esistenza («L’alba piove macerie e inaugura il lutto»), nonostante la debolezza di una luce che non sconfigge totalmente il buio («una qualche luce dentro un qualche buio»).
Di fronte a tale mistero e all’immensità del creato, in questo «disfare e rifare» del tempo non possono non sorgere domande da “pastore” leopardiano: «io sono chi?».

Solo la dimensione religiosa dell’io lirico riesce ad aprire uno spiraglio:

 

Così docile si fa il mondo,

intrecci di ciò che è destino

fortuna o, meglio, trame nascoste di Dio.

[…]

(dalla prefazione di Giulio Greco)

 

 

 

CUORI

Mia madre ha un cuore di sughero. Quando lo getta a mare, il suo dolore galleggia, non sprofonda come il mio. Sta lì, ondeggiante come una boa, fermo, attaccato a una corda di sangue che penetra l’abisso.È convinto che l’esistenza proceda solo nel suo nero perimetro. Intanto, i gabbiani lo insultano. Gli ricordano che Dio ha inventato le ali. Mio padre ha un cuore di vetro. Se i miei occhi lo attraversano, vedo l’altra parte del mondo, quella dove so che sono al sicuro, quella dove so che posso andare libera. Non ci sono parole, sole direzioni tracciate da sguardi, lacrime nascoste nelle tasche della vita. Mio fratello ha un cuore di pane. Glielo hanno divorato a morsi, profondi. Ancora non sa che il pane non finisce mai, nemmeno in tempi di carestia. Ha le mani in pasta e vorrebbe cambiare il suo mestiere per non morire. Forse morirà, il suo dolore. Allora sarà libero di vivere. Io ho il cuore di paglia. Quando il vento mi picchia, prende fuoco. Nulla lo arresta. Qui, da sempre manca l’acqua. Eppure, ho un vaso colmo d’esistenza dal quale non escono più echi. Solamente vita, e ancora vita e poi, altra vita immensa che aspetta la vita. Querce d’amore.

 

 

Nei nomi del padre e della madre

 

Nei nomi del padre e della madre,

nella notte in cui mi spostavo dall’etere

all’utero. Lì, l’amore racchiuso nel pensiero.

Avanti a tutti voi, diritta come abete,

nuda, sabbia di deserto io, voi miraggio.

Madre che sei madre nel nome e nella pancia,

Padre che sei padre nel nome e nel cognome,

pensieri amorosi scolorano senza presenza

senza il dare vostro e il mio ricevere: il nome

assenza.

 

 

 

Piccola madre

 

Dai tuoi capelli intrecciati di paglia

non sgorgano sogni di madre

– piccola madre che scuoti il dolore –

hai mai mostrato le tue trincee ai tagli del sole?

 

 

 

La domenica di Giobbe

                                                 A R., dal tuo stesso sangue

 

Un’altra domenica, sola e uguale.

Ti chiamo. L’eco del tuo nome

è tuono tra pareti sole di un luogo solo.

 

Anche tu solo, destinato

a riconoscere il tuo nome tra tanti

in fila lungo mura ad aspettare

fugaci chiamate d’amore.

 

Le nostri voci si annusano,

il sangue ci lega le mani

gli sguardi, anche quando l’assenza

vive negli occhi o nei tuoi vecchi ricci d’oro.

 

Un altro autunno inchioda alla croce

il dolore. «Dopo, Giobbe aprì la bocca

e maledisse il suo giorno».

 

Soli vediamo – tu ed io – respiriamo,

soli sentiamo le grida di Giobbe

scagliarsi dal cuore morsicato.

Ripeti te stesso nel tempo tiranno.

 

«Perisca il giorno in cui nacqui

e la notte in cui si disse: “È stato concepito un

uomo!”. Quel giorno sia tenebra,

non lo ricerchi Dio dall’alto,

né brilli mai su di esso la luce».

 

La neve non ti ha amato, non ti ha dato candore.

Non ti ha esposto al sole. È stato il fango, sporco

denaro. Ti ha divorato le mani, il cuore e il sogno.

 

«Così, al posto del cibo entra il mio gemito,

e i miei ruggiti sgorgano come acqua,

perché ciò che temo mi accade

e quel che mi spaventa mi raggiunge».

 

 

 

 

 

 

TRA I VESPRI E L’ALBA

 

 

Luce, sola luce. Notte, sola notte

 

Luce

sola luce.

Notte

sola notte.

Mi chino sul giorno,

mi chino sulla notte,

bevo da questo mondo senza mani

per accogliere. Bevo, dalle radici

degli alberi, dalle foglie.

Scendo dal dirupo dell’eremo,

il sole filtra ore d’oro nel fogliame.

Solitudine beata, solitudine che amo

che mi ama. Silenzio degli altissimi,

delle parole indicibili dell’universo,

dei sospiri di Dio che aspetta un cenno,

dei miei passi sulla terra assopita nel Nulla.

 

 

 

A ogni alba

 

A ogni alba il cuscino ricorda

la presenza della tua vita intersecata

alla mia. È custodire la grazia.

Parliamo la notte, non abbiamo

più tempo d’essere ma siamo

sempre tutti i giorni essenza.

Siamo, poiché un respiro non è lieve:

intuisco la scia dell’anima passante,

il suo calpestare le foglie già morte.

Intuisco la scia dell’anima passata.

Da quella futura ho ricevuto un abbaglio,

una profezia lunga tutta la vita.

Siamo.

Particelle scomposte, ricomposte

dopo una lotta di reazioni universali,

dopo un digiuno chiamato a correggerci,

un disastro imploso nei corpi, fuori

e dentro gli spazi del nostro pensare.

Mi pare di intuire, perfino.

Perfino che siamo.

 

 

 

Ultimo imbrunire

 

Possibile che la notte sia un miracolo

in cui le distese del buio s‘illuminano

di abbagli esplosi in una distesa di eterno?

L’orizzonte non esiste in questa selva,

poche nubi fuggono all’ultimo imbrunire

in un dove lontano che non ci è dato sapere.

Nero, più nero del vuoto è l’orizzonte,

muri e tegole a decidere il limite.

Salva, alla vista d’una moltitudine di luce.

Recensione a L’abbraccio che manca al giorno su L’avvenire

La giornalista e poetessa Pierangela Rossi recensisce L’abbraccio che manca al giorno su L’Avvenire del 22 Dicembre 2019.

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